martedì 15 dicembre 2009

PD UMBRIA - INDIRIZZI PER LA LEGGE ELETTORALE: "ART. 51 DEMOCRAZIA PARITARIA"

E speriamo che sia femmina.............A presto. Silvia


Perugia lì 14 dicembre 2009

All’assemblea regionale del PD
Dell’Umbria




Uno dei punti cardine del nostro partito, fondante dello statuto, è l’art. 51 della Costituzione Italiana, “la democrazia paritaria”.
Infatti è previsto che i nostri organismi e le candidature siano formulati in base al principio della democrazia paritaria.
Visto che il consiglio regionale della Regione Umbria si accinge ad approvare la nuova legge elettorale per l’elezione del Presidente e del Consiglio chiediamo, noi 59 donne firmatarie del documento “ Le quote rosa non sono incostituzionali”, consegnato al nostro segretario regionale , di cui oltre 45 dirigenti regionali, 2 parlamentari, 1 membro della direzione nazionale, la consigliera di parità della Provincia di Terni, gli assessori alle pari opportunità regionali e comunali e prima firmataria la consigliera regionale Mara Gilioni, di invitare il gruppo dei consiglieri regionali del PD a tener conto nella stesura e nella approvazione degli articoli di legge, della legge nazionale 117 e dell’art. 7 dello statuto della Regione Umbria, che trattano azioni positive volte ad incrementare il genere femminile nella composizione delle liste e della giunta regionale e dunque ove possibile, agire secondo le proposte elencate nel documento sopra citato.

venerdì 4 dicembre 2009



RIFORMA LEGGE ELETTORALE UMBRIA: ART. 51 DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA , DEMOCRAZIA PARITARIA. EH CHE SIA!


Apprendiamo dalle agenzie di stampa (http://www.elezioni-oggi.it/archives/00029274.html) con grande soddisfazione, che la Commissione Speciale per le Riforme Statutarie e Regolamentari della Regione Umbria, a seguire dell’incontro tenutosi con la Presidente Ada Girolamini ed il Vice Presidente Massimo Mantovani della stessa commissione il giorno 30 novembre presso la Sala Valnerina a Palazzo Cesaroni – Regione Umbria - Perugia, con la nostra associazione Emily in Italia Umbria e con il gruppo di lavoro del corso formativo “Cultura di genere e Pari Opportunità” organizzato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, composto da Angela Alia studentessa universitaria, Silvia Fringuello presidente dell’associazione femminile Emily in Italia Umbria, Seriana Mariani funzionaria della Regione Umbria, Giuseppina Mattoni volontaria della Croce Rossa di Deruta , Daniela Rucci studentessa universitaria e Stefania Sorci studentessa universitaria, ha accolto le proposte di nuovi articoli per la riforma della legge elettorale Umbria, che normano i criteri per la rappresentanza del genere femminile nelle liste.

Il gruppo di lavoro ha formulato cinque ipotesi diverse valide per ogni sistema elettorale, basate sul principio della democrazia paritaria dell’art. 51 della Costituzione della repubblica Italiana, sull'art. 117 Cost., del comma VII secondo cui “le leggi regionali[…] promuovono la parità d'accesso tra donne e uomini nelle cariche elettive” e sull’art. 7 dello Statuto della Regione Umbria, che sancisce l'impegno della Regione ad attuare la parità tra uomini e donne anche con l'adozione di azioni positive e l'art. 42, comma 3, si rinvia direttamente alla legge elettorale regionale l'obbligo di prevedere “incentivi e forme di sostegno a favore del sesso sottorappresentato”.

La forte introduzione innovativa delle proposte riguarda, oltre la rappresentanza paritaria del genere nelle liste, la possibilità di esprimere nel sistema proporzionale due preferenze, una ad una donna ed una ad un uomo, ovvero l’elettore avrà la facoltà di esprimersi con doppia preferenza, ma solo se di genere diverso. Altro elemento all’insegna del cambiamento è la modifica delle sanzioni pecuniarie ai partiti qualora non ottemperino alle disposizioni di legge nella composizione delle liste, infatti vengono sostituite con l’inammissibilità alla competizione elettorale delle liste. Inoltre viene inserito il criterio di rappresentanza minima anche nella composizione della giunta. Ulteriore novità investe il CO.RE.COM che dovrà vigilare l’obbligo della presenza paritaria di candidati di entrambi i sessi nella partecipazione ai programmi di comunicazione politica durante la campagna elettorale.

L’esperienza da noi appena conclusa, ci ha consegnato un autentico momento di democrazia partecipativa, abbiamo avuto l’opportunità di incidere, con le nostre proposte, nei processi decisionali delle Istituzioni. Ogni cittadina/o in forma singola od associata deve avere l’opportunità di contribuire alla costruzione del suo stato sociale, attraverso lo strumento della partecipazione, questa è la vera democrazia !

La riforma della legge elettorale dell’Umbria volge al termine, auspichiamo che alla prossima tornata elettorale siano le donne ad avere un ruolo di primo piano, attualmente le donne in consiglio regionale sono tre su trenta, un dato che discosta molto dal concetto di democrazia paritaria. Siamo sempre più convinte di perseguire lo scopo della nostra associazione quello di promuovere le donne nella politica e nelle professioni. La presenza minima delle donne nella politica e nei luoghi decisionali del lavoro arreca danni a tutta la compagine sociale, anche in termini economici, le ultime statistiche pubblicate dal Gender Gap lo confermano. Se la politica è curare l’interesse generale dei cittadini anche le donne hanno diritto di cittadinanza.

Orvieto, lì 03 dicembre 2009
La Presidente
Silvia Fringuello

lunedì 30 novembre 2009

RIFORMA LEGGE ELETTORALE DELL'UMBRIA : LE “QUOTE ROSA” NON SONO INCOSTITUZIONALI - PETIZIONE ON-LINE


Invito tutte le donne e gli uomini di buona volontà,iscritti al Pd dell'Umbria, a sottoscrivere la petizione a sotegno della democrazia paritaria nella nuova legge elettorale.

http://www.petizionionline.it/petizione/riforma-legge-elettorale-dell-umbria-le-quote-rosa-non-sono-incostituzionali/344

A presto. Silvia

LE “QUOTE ROSA” NON SONO INCOSTITUZIONALI

Una sentenza del TAR della Puglia, che ha annullato la composizione della Giunta provinciale di Taranto perché formata da soli uomini e, quindi, in contrasto con lo statuto dell’Ente, ed il dibattito sulle proposte di modifica delle leggi elettorali regionali, in vista della prossima scadenza elettorale del marzo 2010, fanno tornare di grande attualità la questione della democrazia paritaria e del riequilibrio della partecipazione delle donne alla vita pubblica.
Sono noti i dati statistici che confinano l’Italia agli ultimi posti nella graduatoria della presenza delle donne nelle istituzioni nazionali e locali.
Tornando a parlare di “quote rosa”, ritenute a ragione necessarie ed indispensabili, almeno in una fase transitoria, tornano in campo i sospetti di incostituzionalità, sui quali vogliamo brevemente addentrarci, in merito al ricorso proposto contro la legge regionale della Campania n. 4 del 2009, che si segnala proprio per la particolare attenzione riservata alla promozione della democrazia paritaria.
L'obiettivo viene perseguito attraverso tre diverse misure:
1) Stabilendo che in ogni lista ciascuno dei due sessi non può essere rappresentato in misura superiore a 2/3.
2) Affidando alla comunicazione politica il compito di fissare criteri per cui si assicuri la presenza paritaria, nelle trasmissioni televisive, di candidati di ambo i sessi.
3) Attraverso una misura del tutto nuova nel panorama italiano ed europeo, quale quella dell'attribuzione della facoltà di una doppia preferenza, la seconda di genere diverso.
Questa terza previsione, in particolare, è stata oggetto di impugnazione davanti alla Corte Costituzionale da parte del Governo, che non ha mosso invece obiezioni riguardo alla formazione delle liste secondo una proporzione prefissata di candidati dei due sessi.
La deliberazione del ricorso avanti alla Corte Costituzionale, inizialmente prevista in data successiva allo svolgimento della prossima competizione elettorale, è stata anticipata al 15 dicembre prossimo. La decisione avrà una importante rilevanza strategica, potendo orientare le future scelte sulla delicata questione.
E' rilevante e significativa la circostanza che il Governo non ha ritenuto di dover sottoporre alla Corte l'esame della composizione delle liste secondo una proporzione prefissata (non più dei 2/3 per ciascuno dei due sessi), così ritenendo implicitamente superate le argomentazioni e le motivazioni usate nella famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1995 (che aveva bocciato le quote rosa).
E' evidente che un ruolo decisivo, nel superamento di quella posizione, è da attribuire alle modifiche a livello costituzionale bel frattempo intervenute (l'art. 51 e l'art. 117).
Secondo il ricorso proposto dal Consiglio dei Ministri, il sistema introdotto dalla legge campana violerebbe l'art. 48 Cost. (elettorato attivo-libertà del voto) e l'art. 51 (elettorato passivo- accesso per tutti i cittadini alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza).
Le donne ritengono invece che il sistema della doppia preferenza purchè riferita a candidati di sesso diverso, sia alquanto originale e possa essere un valido aiuto ad una maggiore rappresentanza femminile. Ritengono altresì tale previsione compatibile con i principi costituzionali in quanto:
Non si configura alcuna limitazione o interferenza con la libertà di voto, dal momento che l'elettore è libero di esprimere il solo voto di lista, oppure di indicare una sola preferenza, senza alcun vincolo di genere, vincolo che scatta unicamente nel caso in cui scelga di accordare la seconda preferenza.
Ad ulteriore garanzia della scelta dell'elettore, la legge campana stabilisce l'annullabilità esclusivamente della seconda preferenza, qualora venga violato il vincolo imposto.
Del resto non risulta essere mai stata posta in dubbio la legittimità costituzionale delle liste bloccate, in cui la libertà di scelta dell'elettore appare effettivamente compromessa.
Riguardo all'altro aspetto, quello della lesione del diritto all'elettorato passivo, si vuole evidenziare che il meccanismo della doppia preferenza non dà alla donna alcuna garanzia di risultato, poiché l'elezione all'interno di una lista è determinata dal numero di preferenze ottenute da ciascun candidato.
Qualora, come auspichiamo, la legge dovesse superare indenne le censure di incostituzionalità, quello individuato ci sembra un buon modello da recepire, anche nella nostra regione.
Nel frattempo però vogliamo avanzare due altre proposte, di sicura efficacia per l’obiettivo perseguito:
1) prevedere che nel “listino” le donne siano rappresentate in misura paritaria.
2) Proporre un accordo di coalizione affinchè nella nuova Giunta Regionale le donne siano rappresentate in misura paritaria.
3) L’inammissibilità delle liste nel caso in cui non vengano rispettati gli articoli riferiti alla rappresentanza di genere.

giovedì 19 novembre 2009

SEGUE "DONNE SCOMODE": Rosy, la sacerdotessa dell'antiberlusconismo teologico



Non ho parole........A presto. Silvia

www.ragionpolitca.it di Gianteo Bordero - Giornale del PDL

mercoledì 18 novembre 2009

Rosy Bindi dovrebbe ringraziare Silvio Berlusconi: se il presidente del Consiglio non l'avesse apostrofata in diretta tv servendosi della battuta inventata qualche anno fa da Vittorio Sgarbi («Lei è più bella che intelligente»), probabilmente non sarebbe mai stata scelta per ricoprire la prestigiosa carica di presidente del Partito Democratico. E non sarebbe mai divenuta - lei, la casta e castigata cattolica della Val di Chiana, l'intransigente e bacchettona responsabile dell'Azione Cattolica - la nuova icona del femminismo gauchista, la paladina delle donne che resistono al rozzo maschilismo berlusconiano e che «non sono a disposizione» del Principe. Le recenti fortune politiche della Pulzella di Sinalunga sono dunque dovute, oltre che alla sua scelta di sostenere il cavallo vincente Bersani nella corsa alla segreteria del Pd, anche a una buona dose di grazia ricevuta proprio dal suo nemico numero uno.

Rosy, del resto, è sempre stata la teorica di quel tipo di antiberlusconismo che ha assunto, in parte del mondo cattolico, connotati finanche teologici: l'uomo di Arcore veniva (e viene) criticato non in ragione delle sue idee e proposte politiche, dei suoi programmi elettorali, bensì in quanto persona-simbolo di quella cultura individualista, edonista, scollacciata e godereccia che, nell'analisi dei catto-democratici, adulti e dossettiani, sarebbe all'origine del degrado morale che infesta la Penisola da almeno trent'anni a questa parte, cioè dalla nascita della tv commerciale con le sue trasmissioni «diseducative» e contrarie ai principi della dottrina cristiana. Insomma, questo antiberlusconismo ha finito con l'identificare in Berlusconi non un avversario politico da combattere con strumenti politici, ma l'icona stessa del Male da debellare con le scomuniche a mezzo Famiglia Cristiana, gli anàtema dai pulpiti, i vade retro e così sia. Il Sillabo di Pio IX, di fronte a tanto zelo dogmatico e anti-moderno, appare come un testo all'acqua di rose che pecca di ottimismo e moderatismo.

Non deve dunque stupire che oggi la Bindi, nella sua seconda giovinezza politica dopo quella che la portò alla ribalta nazionale come volto nuovo della Dc onesta e incorrotta negli anni cupi di Tangentopoli, cerchi di far fruttare politicamente questo suo antiberlusconismo da crociata, duro e puro, senza se e senza ma. Chi meglio di lei, infatti, dopo i casi Noemi, D'Addario e via gossippando, potrebbe incarnare quel tratto moralistico e perbenistico che non ha mai abbandonato la sinistra italiana nella sua versione post-comunista? Cosciente di ciò, Rosy la rossa ci marcia sopra senza indugi e tentennamenti. E poco importa se il segretario da lei stessa sostenuto cerchi, non senza indecisioni, di prendere le distanze dall'antiberlusconismo di principio che ha segnato le gesta del suo predecessore e in nome del quale Tonino Di Pietro cerca di erodere consensi al Pd al fine di presentarsi come il vero leader dell'opposizione... A tenere alta la bandiera del fondamentalismo anti-Cavaliere in casa democratica ci pensa lei, la pasionaria che non fa sconti a niente e a nessuno, la papessa del cattolicesimo adulto e responsabile, la sacerdotessa della probità (e della prodità) morale e sessuale.

Bastava ascoltarla l'altra sera, su Rai3, durante il programma Linea Notte, mentre recitava, di nero vestita, i misteri dolorosi del suo rosario antiberlusconiano: «Non abbiamo bisogno degli inviti di Di Pietro per mostrare il nostro antiberlusconismo»; «non mancheranno le nostre piazze, saranno molte di più»; «stiamo passando dalle leggi ad personam alle legislature ad personam»; «Berlusconi è imbarazzante non solo per l'opposizione, ma lo è per il paese e per la sua stessa maggioranza»; «il paese non può sopportare un conflitto d'interessi così invasivo e così permanente»; «anche oggi c'è una tentazione di cesarismo, c'è qualcuno (Berlusconi, off course, ndr) che vorrebbe il paese a propria disposizione». Ha voglia, Bersani, a prendere le distanze dall'Italia dei Valori, dai toni urlati e dai modi rozzi del suo leader, e ad invocare il ritorno a un confronto civile sulle questioni concrete nelle aule parlamentari, quando poi la presidentessa del suo stesso partito non sa proferire verbo politico alcuno al di là dell'avversione dogmatica, sistematica e preconcetta all'uomo di Arcore! La verità è che, mentre Pierluigi sussurra, la sua amica Rosy grida al paese quello che, ad oggi, è ancora l'unico punto programmatico del Pd, l'unica certezza che qualifica la sua proposta nell'anno di grazia 2009: far fuori dalla scena politica e dalla vita civile dell'Italia il leader del Pdl e tutto ciò che egli rappresenta. Gira che ti rigira, è sempre lì che torna la sinistra nostrana. Lì dove la Bindi l'aspetta: sulle sponde dell'antiberlusconismo totale.

martedì 17 novembre 2009

DONNE SCOMODE: IL CASO DONATELLA BELCAPO



Cara Donatella,
vice presidente dell' associazione Emily in Italia Umbria, consigliera comunale, politica, imprenditrice, cara donna..........

Ti scrivo per esprimerti la solidarietà di tutte le socie della nostra associazione e la mia personale indignazione e rabbia, in relazione ai commenti all' articolo del 12.11.2009 " Mancinelli, c'è da ripianare un deficit da 1 milione e 100 mila euro" pubblicato sul giornale online locale www.tuttorvieto.it, che ledono in modo grave e disdicevole la tua persona, la tua dignità, il tuo / nostro genere .

Ritengo opportuno sottoporre alla discussione pubblica, alcune riflessioni e valutazioni che riguardano le reazioni culturali e metodologiche maschili che provoca una donna nel momento in cui esprime il suo autonomo pensiero, quando fa pesare e manifesta il potere che detiene in un determinato contesto. Nel tuo caso Donatella, di consigliera comunale.

La principale volontà che viene espressa a chiare note nei commenti all'articolo sopra citato, è quella di zittirti. Così fanno di solito tutti gli uomini con le donne che reclamano o criticano, è talmente scontato per noi donne, che quasi passano inosservati "gli imbavagliamenti" che subiamo. Viene fatto con una forma subdola ed indiretta, dandoti dell'incapace, sottovalutandoti, operando così una negativa pressione psicologica, nella speranza di riconquistare il "controllo" della situazione, attraverso la perdita delle tue certezze, della tua autostima.

Per dimostrarti poi chi è che tiene "il potere", lo scettro, vengono dichiarate minacce velate e palesi, che presagiscono " il fatto" che non si può né dire e né fare perché è punibile penalmente dalle legge e che molto probabilmente riguarda solo noi, la violenza sulle donne, cercando con questo metodo da condannare e rigettare di incuterti paura e timore. Che roba!

Inoltre ti viene suggerito il silenzio, amichevolmente, per evitare ciò che prima ti è stato avvisato, praticando così l'imposizione del potere ai più deboli con un metodo prettamente maschile, aggiungerei anche vigliacco, che viene da molto lontano, da primitive culture patriarcali, applicato nella storia ed in epoca moderna, al quale s'ispirano i regimi politici, ovvero col sistema "del bastone e della carota".

Altro argomento da evidenziare in tutta questa drammatica vicenda.
Cara Donatella, è la prima volta che leggo un appello rivolto ai dottori che curano la mente e la psiche, i destinatari del servizio sanitario sembrerebbero gli uomini e le donne del Consiglio comunale di Orvieto e quindi ha colto la mia attenzione.
E' parere diffuso, tra gli uomini, che noi donne non riusciamo ad essere razionali, vale a dire che sono convinti che le nostre azioni quotidiane, le nostre analisi e le forme pensiero, sono conseguenti al ragionamento logico mischiato al sentimento e alla passione e quindi irrazionali, distorte, non allineate con il raziocinio. Secondo loro, con queste caratteristiche dell' "essere donna" non possiamo essere in grado, un esempio per tutti, di occupare posti di potere.
I luoghi comuni maschilisti che identificano il nostro stato mentale e psichico ci descrivono instabili, bisognose di cure e particolari attenzioni psicologiche e neuro-psichiatriche, ne elenco alcuni: lunatiche, "pasionarie", ragioniamo con l'utero, in menopausa, innamorate, depresse, con la crisi post-parto e per ultima ".....è incinta" !

Bene, è scientificamente provato che i due generi sono diversi, sia fisicamente che mentalmente, è provato che le donne hanno un approccio, un sentire diverso, una metodologia diversa di vivere la propria vita e l'ambito in cui risiedono ed agiscono. La nostra dunque è una differenza di genere, valorizziamola invece di sopprimerla !
Non è una malattia mentale!

Donatella: nome di persona, genere femminile.

Il "genere femminile": non ha ancora diritto di cittadinanza, non possiede e non esercita gli stessi diritti del genere maschile, l'obiettivo delle pari opportunità è purtroppo ancora una lontana meta da raggiungere.

Questa è la nuda e cruda realtà, ben descritta nel rapporto Gender Gap 2009, con la quale, Donatella, dobbiamo fare i conti ogni giorno, sul lavoro, nella famiglia, nella politica, con tutto il contesto sociale ed in particolare tu, donna impegnata nella politica, che hai la profonda consapevolezza della disparità di trattamento e dell'emarginazione alla quale sei soggetta.
Ti invito dunque a non mollare, a non cedere ai colpi bassi e meschini, alle violenze di chi ha paura di perdere il potere e di essere sopraffatto dal tuo genere, ma di proseguire il tuo percorso di autodeterminazione nella politica, nella tua vita. Nei luoghi del potere, denuncia ad alta voce le ingiustizie ed urla le tue istanze, per te e per tutte le donne chiedi quella parità negata ed il rispetto dei diritti.
Vai avanti Donatella e vanta le tue ragioni, a te l'argomento è chiaro, è tutta una questione di potere!

La Presidente di Emily in Italia Umbria
Silvia Fringuello

venerdì 13 novembre 2009

L’ORVIETANO, TERRA DA CONQUISTARE
























L’attuale scenario politico dell’orvietano, scaturito dalle elezioni amministrative, la perdita dei Sindaci e le scissioni delle sperimentate coalizioni, nel comune di Orvieto, di Allerona, di Porano, di Montecchio, hanno prodotto un ulteriore frammentazione delle forze politiche del centro sinistra e, cosa ancor più grave, incidono negativamente sui processi programmatici e decisionali di area vasta, generando sofferenze economiche ed occasioni di mancato sviluppo su tutto il territorio dell’Orvietano. Alla crisi economica mondiale si può attribuire soltanto in parte lo sbandamento e la perdita del management territoriale. La stasi economica e di elaborazione e pianificazione, si avverte ed è più evidente sui luoghi del lavoro, nei consumi. La politica è assente.

A tutt’oggi il comune di Orvieto non ha prodotto una linea politica economica chiara e comprensibile, su come s’intende sviluppare nel prossimo futuro il territorio, vive e vegeta sulla programmazione delle passate amministrazioni e stenta ad avere una visione ed una gestione complessiva della macchina comunale, i provvedimenti sono presi a macchia di leopardo, sull’urgenza amministrativa del momento ovvero, si amministra “alla giornata”.

I comuni del comprensorio subiscono drammaticamente l’assenza del ruolo politico del comune capofila e si affannano sui tavoli provinciali e regionali cercando di salvare il salvabile, tentando di operare in rete e di sostituirsi al vecchio compito trainante del comune di Orvieto. Il problema è che sono troppo piccoli, non riescono a competere con le altre aree umbre, essendo quest’ultime forti di una loro direzione politica unita e coesa, di sistema.

E’ dunque impellente, per tutte le forze del centro sinistra, in particolare per il Partito Democratico dell’Orvietano, affrontare le debolezze politiche e costruire un’ unione ed una sintesi che dia inizio ad un nuovo ruolo centrale e non periferico del territorio. Questo per evitare, che altri politici o soggetti economici, siano loro di destra o di centro sinistra, si affaccendino alla risoluzione dei nostri problemi, trasformando in questo modo l’Orvietano in una vera e propria colonia tutta da sfruttare.

Per ovviare al pericolo strisciante della “colonizzazione”, la risolutezza dell’opposizione del consiglio comunale di Orvieto è determinate . E’opportuno imporre una linea politica che ha per primo obiettivo l’interesse generale dei cittadini, fatta di proposte e di idee nuove, alternative alla destra, che si distinguano dalle passate amministrazioni e dalla giunta attuale, che diano continuità al tanto annunciato cambiamento ed innovamento. E’ necessaria un’attività politica che esca dal labirinto degli errori del passato e da una posizione di difesa, ma che invece allarghi la visone e la concezione di programmazione del sistema, progetti il futuro del territorio. I numeri in consiglio comunale ci sono, il centro sinistra è maggioranza è solo questione di volontà politica.

Le primarie del Partito Democratico appena passate, ci hanno consegnato un unico, vero ed autentico messaggio: l’assunzione di responsabilità. Ancora una volta in massa gli elettori hanno riposto, confermato, nel partito e nei candidati all’ assemblea nazionale e regionale la loro fiducia, delegando con il proprio voto l’amministrazione politica di una parte importante del proprio vissuto quotidiano, che vale la loro qualità della vita. Questa volta non sono concessi errori agli eletti, ai dirigenti, al “partito”, non si può deludere l’aspettativa e la speranza profusa nella campagna elettorale per le primarie, non è più permesso di discostari dal dire e dal fare. La coerenza è un valore e in quanto tale va praticato e non solo predicato.

Domenica 15 novembre 2009, prima assemblea regionale del Partito Democratico, Lamberto Bottini sarà confermato segretario regionale. I dirigenti del partito regionale, eletti grazie all’ampio consenso conseguito dalla lista “Con Bersani e bottini 09 per l’Umbria”, si dovranno impegnare fin da subito a farsi portavoce della nostra terra, rappresentando le istanze del popolo delle primarie. A loro spetterà l’arduo compito di generare nel Partito Democratico e nel centro sinistra di Orvieto e dell’Orvietano un dialogo positivo e costruttivo, che inverta l’attuale tendenza alla disgregazione e dunque al progressivo abbandono della pratica della buona politica, che abbia come risultato un nuovo intervento politico unito e compatto, che la nostra gente reclama ad alta voce.


Orvieto lì 12 novembre 2009

Silvia Fringuello

sabato 7 novembre 2009

07-11-09- NASCITA DEL PD: ASSEMBLEA NAZIONALE - INTERVENTO DI BERSANI



Care democratiche e cari democratici, cari amici e cari compagni,

prima di ogni altra cosa voglio che da questa nostra Assemblea venga un saluto affettuoso al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e un ringraziamento per la personalità, la forza e l’equilibrio con cui sta esercitando il Suo altissimo ruolo di garanzia.

Un saluto voglio rivolgere anche a nome vostro a Romano Prodi.

Lo sentiamo qui con noi nelle radici profonde della nostra grande avventura e conosciamo l’affetto e l’attenzione con cui segue le vicende del nostro e del suo Partito.

Un ringraziamento anche a tutti quelli che ci hanno portato fin qui in una vicenda complessa, difficile, ma esaltante.

In particolare un ringraziamento a Dario Franceschini che mi ha preceduto in questo ruolo e che si è confrontato lealmente con me e con Ignazio Marino in nome delle migliori prospettive del Partito.

Nei temi che ricorrono in questa relazione c’è ovviamente molto di mio, ma anche non poco di loro perché mentre ci confrontavamo ho cercato sempre di ascoltarli.

Infine un ringraziamento e un saluto cordiale ai Rappresentanti delle quaranta Ambasciate che sono presenti oggi e che testimoniano con la loro presenza il rilievo del nostro appuntamento.

Ho detto più volte che non credo al Partito di un uomo solo ma ad un collettivo di protagonisti.

So bene che la formazione di un collettivo deve avere forme nuove e contemporanee; ma rinunciarvi, per un partito popolare, non sarebbe andare avanti, sarebbe regredire.

Dunque mi rivolgo a voi non come ci si rivolge ad una folla ma come ci si rivolge al largo gruppo dirigente del nostro Partito corresponsabile con me di questa nostra straordinaria avventura.

Vi propongo subito e con chiarezza i nostri essenziali compiti: costruire il Partito, preparare l’alternativa.
Sono compiti che richiedono un lavoro importante per durata e per profondità.

Inutile cercare scorciatoie o immaginare strade senza inciampi.

Cerchiamo piuttosto di darci solidità, di darci una tranquilla certezza di noi stessi e obiettivi chiari.

La forza c’è e la si è vista in questi mesi.

La sera delle primarie ho detto che dentro la vittoria di tutti c’era anche la mia vittoria.

È stata davvero una vittoria di tutti. Più di 400.000 (466.573 pari al 56% aventi diritto) iscritti hanno partecipato ai congressi di circolo, più di 3 milioni (3.102.709) di cittadini hanno votato alle primarie.

Una spinta enorme, un incoraggiamento enorme!

Quante cose possiamo capire meglio dopo questa vicenda!

Cose che riguardano noi e cose che riguardano l’Italia.

Cose che riguardano noi innanzitutto.

Ad esempio la evidente sintonia fra iscritti e cittadini elettori ci dice, al di là della contingenza, una cosa molto profonda, che purtroppo abbiamo avuto in dubbio fin qui e che ora possiamo fissare con certezza.

È possibile immaginare un grande Partito in cui organizzazione ed apertura alla società si tengono, non sono in tensione od in alterità ma possono rafforzarsi reciprocamente.

È un assunto determinante per indicarci la strada.

Ma più ancora da questo nostro percorso è venuta una parola nuova all’Italia, una parola che non dobbiamo lasciare spegnere, una parola sulla questione democratica aperta nel Paese, sulle possibili prospettive della nostra democrazia.

Ancor più dopo queste settimane, noi siamo orgogliosi di sentirci costruttori di un Partito.

Orgogliosi, perché costruendo un Partito realizziamo la nostra Costituzione che parla di Partiti e non di popoli.

Costruendo un Partito in un modo nuovo e con larghi meccanismi di consapevole partecipazione noi diciamo con i fatti che esiste un’altra modernità alternativa alla deformazione populista e plebiscitaria del nostro quadro politico e costituzionale.

Una novità che può venire dall’innovazione dei partiti secondo regole che siamo pronti a discutere in applicazione dell’articolo 49 della Costituzione.

Una novità che può venire dal rafforzamento e dalla riforma del sistema parlamentare.

Una novità che può venire da una legge elettorale che riconsegni ai cittadini la scelta dei parlamentari.

Un mese fa, alla nostra Convenzione ho descritto come in molti Paesi del mondo emerga una caduta di efficacia e quindi di credibilità della democrazia rappresentativa per la natura dei problemi e dei poteri che si muovono oggi nel mondo, problemi e poteri difficili da afferrare e da riportare al controllo dei cittadini rappresentati.

Ho cercato di dire come nella particolare situazione italiana tutto questo possa scivolare in deformazioni e semplificazioni regressive della rappresentanza col rischio di rimpicciolire il nostro Paese nel contesto delle grandi democrazie mondiali, ne impedirebbe la modernizzazione, lo lascerebbe ostaggio delle sue arretratezze.

Ho anche detto, e lo ripeto qui, che questo rischio non può essere affrontato con una impostazione difensiva o nobilmente conservatrice.

Ci chiamiamo Democratici perché poniamo al Paese il problema di una democrazia efficiente. Ci chiamiamo Riformisti perché vogliamo le riforme.

Noi rifiutiamo in radice l’idea che il consenso venga prima delle regole, che la partecipazione democratica significhi eleggere un capo, che la società civile sia ridotta a tifoseria.

Riconosciamo, nel contesto delle grandi democrazie del mondo, la pari dignità di modelli parlamentari e di modelli presidenziali bilanciati.

Ma rivendichiamo per il nostro Paese in ragione della nostra grande tradizione costituzionale e in ragione delle concrete nostre condizioni sociali, culturali e storiche, un modello parlamentare rinnovato, rafforzato e reso efficiente.

E quindi avanziamo una nostra idea di riforma. Un idea di riforma che non affidiamo al cosiddetto dialogo, parola malata ed ambigua, ma al confronto trasparente nelle sedi proprie e cioè nel Parlamento.

Proponiamo di partire da quattro punti.

Superamento del bicameralismo perfetto, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento delle funzioni reciproche di Governo e Parlamento.

Attuazione dell’articolo 49 della Costituzione con una coerente e moderna legislazione sui partiti.

Nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i Parlamentari, attraverso un confronto con le forze politiche cominciando da quelle dell’opposizione senza escludere una legge di iniziativa popolare.

Nuove norme sui costi della politica fissando parametri che ci mettano stabilmente e chiaramente nella media comparata dei principali Paesi europei.

Queste sono le nostre priorità sul fronte istituzionale e costituzionale. Altre ne segnalerò più avanti sul fronte economico e sociale.

Non pretendiamo di imporre queste priorità ma non accetteremmo che l’agenda delle riforme ci fosse semplicemente dettata da altri.

Voglio dire una parola chiara anche sul tema della giustizia, sul quale insiste una confusa pressione da parte di Governo e maggioranza, paradossalmente in assenza di proposte leggibili.

Se parliamo del servizio-giustizia noi non pensiamo che le cose vadano bene così.

Al netto delle immancabili eccezioni, la giustizia è un servizio inefficiente e negato a gran parte dei cittadini.

Nella crisi economica attuale, ad esempio, le recenti norme sulla giustizia civile appaiono palliativi di fronte ad un sistema in cui le relazioni economiche non hanno un vero presidio e chi esige un proprio diritto è spesso nell’abbandono e non raramente nella disperazione.

Vogliamo discutere, nella crisi, di norme urgenti e radicali sulla giustizia civile; vogliamo parlare di ragionevole durata del processo? Vogliamo partire da qui e affrontare, a partire da qui i problemi che hanno rilievo anche nella dimensione costituzionale?

Siamo d’accordo.

Ma non possiamo non vedere l’enorme difficoltà di un confronto totalmente e unicamente centrato sull’equilibrio dei poteri e soprattutto invaso dall’insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alle situazioni personali del Presidente del Consiglio, e segnato dall’aggressività e dalla volontà di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la Magistratura.

Sono sentimenti ed intenzioni che oggettivamente inquinano la discussione.

È in grado la maggioranza di liberare il tavolo da queste ipoteche? Questa è la domanda, ed è una domanda ineludibile. Obiettivamente ineludibile.

In questa lunga campagna congressuale ho cercato di mettere al centro un tema che ripropongo qui.

Fra questione democratica e questione sociale c’è un nesso inscindibile.

Dobbiamo sapere che nella divisione e nella incomunicabilità di queste due questioni c’è la nostra sconfitta.

Nella loro consapevole connessione c’è la prospettiva vincente dell’alternativa. Parliamone al concreto.

Le condizioni reali dell’economia e della società non hanno un reale rilievo nella discussione pubblica e nel confronto politico.

Ciò avviene perché il sistema è deformato non solo dal lato dell’informazione e della comunicazione ma nei suoi aspetti strutturali cioè nella formazione delle decisioni.

La narrazione fatta di cieli azzurri e di nuvole passeggere che ci ha costretti all’immobilità e all’impotenza davanti alla realtà dei problemi non avrebbe potuto aver luogo se la formazione delle decisioni e delle leggi non fosse stata imbrigliata da un meccanismo che consente la nomina dei Parlamentari, che consente la valanga di voti di fiducia e di decreti omnibus, e che induce alla passività non solo la società politica ma, inevitabilmente, anche quella civile.

Come nel gioco delle tre carte il luogo e il tempo per discutere i problemi reali sono sempre altri.

Il vuoto viene coperto da divagazioni addirittura paradossali su cui si adagia il conformismo.

Abbiamo discusso per alcuni giorni di posto fisso mentre decine di migliaia di precari il posto fisso lo stavano trovando a casa loro!

Tutto questo alza un muro pericoloso fra dimensione sociale e realtà istituzionale e politica.

Riscopriamo che senza dialettica politica e parlamentare non c’è dialettica sociale, non c’è la possibilità di inquadrare una gerarchia di problemi davvero riconoscibile dai cittadini.

Parliamo dunque con linguaggio di verità di questa crisi.

La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l’abbiamo alle spalle: nessuno di noi vuol fare il pessimista o il catastrofista.

Pretendiamo semplicemente che si riconosca che abbiamo un problema serio, un problema che non si risolve da sé, un problema che altri non risolveranno per noi.

Pretendiamo, dopo diciassette mesi, che il Governo si rivolga al Parlamento e al Paese con una analisi realistica e con proposte e intenzioni che mostrino finalmente la consapevolezza della situazione internazionale e nazionale.
La situazione internazionale, innanzitutto.

Abbiamo alle spalle la crisi finanziaria? A guardare profitti e bonus delle grandi banche del mondo si direbbe di sì.

Ma ciò deriva da fiumi gratuiti di denaro che arrivano dalle Banche Centrali e che vanno su azioni e titoli piuttosto che sull’economia reale mentre i default delle famiglie possono ancora crescere, mentre le difficoltà delle imprese aumentano, mentre il livello di capitalizzazione della Banche resta inadeguato.

Ciò sospinge a una tendenza di fondo.

Le banche non si prendono rischi nuovi verso l’economia reale: intanto, niente di veramente sostanziale si è mosso per la riforma dei mercati finanziari e c’è un rischio reale di tornare a poco a poco dove si era prima.

Quanto all’economia reale, la domanda mondiale è bassa, i paesi esportatori in particolare soffrono, c’è una sovraccapacità produttiva difficile da assorbire.

Il sostegno pubblico alla domanda che avviene nei più grandi Paesi del mondo è una ricetta necessaria che tuttavia mette sul futuro non solo l’ipoteca del debito ma anche il rischio di riproporre gli stessi modelli squilibrati nelle relazioni economiche mondiali che sono stati la vera origine della crisi.

Solo negli Stati Uniti e nel Giappone si affaccia l’idea peraltro ancora incerta di correzioni del modello di crescita.

Altrove non se ne vede traccia.

Si tratta di correzioni che dovrebbero essere il vero nuovo orizzonte delle politiche progressiste nel mondo sul quale avviare un confronto internazionale che ancora non si vede.

Per come si muovono le cose nella dimensione mondiale non possiamo pensare che gli altri risolvano i nostri problemi. Noi abbiamo alle spalle lunghi anni di minor crescita a causa di condizioni che, se non corretta, agiranno ancora facendoci uscire più lentamente di altri dalla crisi.

Tutto ci dice che nell’inerzia tornare per noi alle condizioni del 2007 sarà una strada lunga.

Bisogna che non sia troppo lunga.

Se permettiamo cioè che l’impatto della recessione sia troppo duro sull’apparato produttivo ne avremo danni difficili da rimediare.

Se lasciamo che la recessione indebolisca ancora la nostra già incerta attitudine ad un salto tecnologico del sistema produttivo ne avremo danni difficili da rimediare.

La sostanza è che rischiamo un ridimensionamento strutturale delle nostre attività e quindi difficoltà serie nel dare prospettive di lavoro alle nuove generazioni.

Per questo invochiamo una risposta nazionale ad uno sforzo che solleciti nel Paese il contributo anche di chi non sta vivendo la crisi, per fronteggiare con più determinazione i rischi che si affacciano.

Non ci si presenti per favore, con una finanziaria fatta di segnali irrilevanti.

Ci servono misure vere.

È ora di recuperare il tempo perduto e di affrontare una nuova agenda sia dal lato dell’emergenza, sia dal lato delle riforme.

Parliamo dunque di emergenza.

Molte piccole e medie imprese non hanno fiato sufficiente per una crisi lunga. Il loro fiato si chiama liquidità.
La liquidità è fatta di pagamenti, di pagamenti della Pubblica Amministrazione, di carico fiscale, di accesso al credito e di costo del credito.

Si devono scegliere dentro a questo mix soluzioni più concrete e forti di quelle viste fin qui. Non vado nei particolari. Siamo pronti a dire la nostra.

Anche la capitalizzazione delle imprese può servire a dar fiato purché non sia affidata a meccanismi barocchi ed estranei al senso comune della nostra imprenditoria.

Ancora sull’emergenza. Gli ammortizzatori. Non è vero che tutto funziona. C’è un problema di massimali, c’è un problema di prolungamento della cassa ordinaria, c’è un problema di erogazione della cassa in deroga, c’è una larga scopertura del precariato.

Molte famiglie di lavoratori sono in gravi difficoltà, alcune sono nel dramma.

E ancora: per rianimare i consumi bisogna cominciare a portare risorse ai reddito medio-bassi impoveriti (salari, stipendi, pensioni) e a chi è sotto la soglia di povertà.

Per stimolare minimamente l’economia ci vuole un grande piano di immediate piccole opere da affidare ai Comuni e un potenziamento degli interventi per il risparmio e l’efficienza energetica.

Tutto questo costa. Costa peraltro poco di più di quella sciagurata manovra di inizio legislatura che tra abolizione totale dell’Ici, cancellazione della tracciabilità nei pagamenti, straordinari e Alitalia ci fece sprecare più di dieci miliardi mentre la crisi era già lì. Sappiamo bene che per affrontare sia l’emergenza che le riforme bisogna garantire l’equilibrio dei conti.

Lo si può ottenere solo in tre modi:

Abbandonare i tagli lineari e mettere le mani nei meccanismi che generano la spesa pubblica a cominciare dai grandi comparti e dall’acquisto di beni e servizi imponendo a tutti i livelli, centrali, regionali e locali e a tutti i centri di spesa le migliori pratiche e riorganizzando su questa base la Pubblica Amministrazione;

Incrementando la fedeltà fiscale non solo con tecniche deterrenti ma con meccanismi che introducano in modo fisiologico una riduzione dell’evasione e del nero e spostando altresì il carico fiscale dal lavoro alla rendita, a cominciare da quella finanziaria;

Migliorare i tassi di crescita con riforme capaci di attivare le forze di mercato.

Sono operazioni a volte scomode, davanti alle quali è facile che tremi la mano.

Ma non si può pretendere che le rose del Governo siano senza spine.

Davanti ad un’assunzione di responsabilità esplicita, concreta e visibile da parte del Governo noi non ci sottrarremmo a qualcuna di quelle spine.

Ma se continuiamo a sentirci dire che il problema non c’è o che si può aggiustare con palliativi per noi diventa davvero difficile discutere.

Uno strumento formidabile per fronteggiare la crisi è il sistema delle autonomie, nel momento in cui più forte potrebbe essere il suo coinvolgimento sia sul versante degli investimenti, sia sul versante sociale - a partire dalla risposta alle nuove povertà e a questioni acute come quelle dell’immigrazione - noi assistiamo ad un tradimento vero e proprio dei Comuni che non sanno né come fare i bilanci né come muovere le risorse che hanno.

Propongo dunque come prima iniziativa di mobilitazione del Partito una assemblea di mille Amministratori del PD aperta ad Amministratori di ogni orientamento per denunciare il federalismo delle chiacchiere ed affermare quello dei fatti : non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare qualsiasi favola con noi che stiamo zitti!

Parliamo adesso di riforme: preparare l’alternativa vuol dire riprendere l’orizzonte di riforme economiche e sociali e proporre una nostra agenda.

Il record di dieci anni di governo di cui Berlusconi si vanta ci ha dato propaganda prossima a mille e riforme prossime a zero.

Come nell’emergenza, così nelle riforme, noi partiamo dal lavoro.

Il lavoro è il problema numero 1 del Paese, il lavoro deve essere il primo impegno del nostro Partito.

Lavoro e impresa. Quando dico lavoro intendo dire lavoro e impresa a cominciare dalla piccola e media impresa.

Chiarisco subito che noi avremo un nostro punto di vista e una nostra posizione autonoma in questo campo, così come su tutto l’arco delle riforme, come si conviene ad un grande Partito popolare che riconosce e difende l’autonomia delle forze sociali, sindacali e di impresa e sollecita un confronto con loro a partire però da una sua idea di società e senza essere a rimorchio di nessuno.

Al concreto noi mettiamo al centro una politica dei redditi contro l’impoverimento dei redditi da lavoro compresa l’esigenza di garantire soglie minime di reddito, di salario e di pensione; l’allestimento di un percorso largamente unificato e progressivamente garantito per l’ingresso al lavoro dei giovani; la necessità di uno sguardo di prospettiva sull’impianto del sistema pensionistico alla luce dei suoi effetti sulle nuove generazioni; una rivisitazione della legislazione sull’immigrazione e sulla cittadinanza.

Poniamo altresì il tema di una ripersa delle politiche industriali e di ricerca che per noi si riferiscono agli orizzonti indicati dal progetto Industria 2015 e un ri-orientamento di investimenti e consumi nella chiave dell’economia verde.

L’economia verde dovrà essere da qui in poi un motore della crescita, nel campo industriale, dell’edilizia, dei trasporti e delle energie rinnovabili.

Abbiamo proposte precise da discutere e chiediamo che non ci si distragga col tentativo illusorio di afferrare qui e ora in Italia un nucleare di terza generazione.

Vogliamo essere il Partito dell’ammodernamento del Welfare, capace di presidiare con una vera cultura di governo - che comprende anche per intenderci la sostenibilità finanziaria - quei beni che non intendiamo affidare al mercato e per i quali pretendiamo un approccio universalistico: salute, istruzione, sicurezza.

La nostra valutazione è questa. In questi sistemi assistiamo prevalentemente ad una riduzione e a un degrado dell’offerta, realizzati con violenti tagli lineari e con la predisposizione di battage ideologici, dal grembiule, alle ronde, ai fannulloni e con un approccio ai temi della Pubblica Amministrazione non in chiave di riorganizzazione ma in chiave di richiamo all’ordine.

I risultati li vediamo nell’impoverimento dell’organizzazione scolastica e formativa che si scarica su studenti, famiglie, insegnanti e nella condizione di disagio estremo in cui lavorano gli operatori della sicurezza.

Decreti e voti di fiducia in tutte queste materie non hanno portato soluzioni, hanno portato problemi.

Chiediamo che sia possibile finalmente una discussione nel merito, a cominciare ad esempio dalle nuove norme sull’Università, nelle quali riconosciamo alcune delle nostre indicazioni e che siamo quindi interessati a discutere, con il solo vincolo di una riconsiderazione dei tagli indiscriminati che si sono abbattuti su Università e Ricerca.

Il Partito che presidia e ammoderna le grandi tutele sociali e i meccanismi di inclusione e di integrazione è anche il Partito che combatte per l’apertura e la regolazione dei mercati, che si oppone a meccanismi monopolistici, corporativi e di posizione dominante e a meccanismi confusi che agganciano il pubblico agli interessi del privato così come avverrebbe con le norme che si affacciano sui servizi pubblici locali.

È il Partito, come ho detto più volte, che sta con chi bussa alla porta e non con chi la tiene chiusa e che pretende che il cittadino consumatore e utente sia rispettato, che considera l’equità del carico fiscale un obiettivo di civiltà e ritiene i condoni una vergogna e una iattura.

Un programma di apertura e civilizzazione del mercato ha davanti a sé in Italia un terreno vastissimo di iniziativa ed alcune priorità: quella che riguarda ad esempio la possibile riproduzione di posizioni dominanti nei diversi ambiti in cui si articola oggi l’informazione e la comunicazione.

È un Partito il nostro, che sospinge l’evoluzione dei diritti civili e che ha nei suoi cromosomi gli articoli 2 e 3 della Costituzione che non ammettono distinzione alcuna nei diritti inviolabili delle persone; un Partito che non accetta una posizione discriminata delle donne nell’economia, nella società, nelle Istituzioni.

A questo proposito una forza politica che compone un’Assemblea come questa e con questa presenza femminile non può accettare che l’Italia sia al quattordicesimo posto in Europa e al cinquantunesimo nel modo per rappresentanza delle donne nelle Assemblee elettive, per tacere della loro presenza (o assenza) nei Consigli di Amministrazione.

Io credo che qui, nei centri decisionali, ci sia il cuore della discriminazione che deve essere affrontata con interventi normativi su un sistema transitorio di quote che il Partito Democratico deve avanzare sollecitando un movimento di opinione.

Infine, ma non per ultimo, noi vogliamo essere il Partito dell’unità del Paese nel suo assetto autonomistico e federale e poniamo la questione drammatica e acuta del Mezzogiorno nella sua sintesi fra situazione economica e occupazionale, rinnovamento politico, civile, amministrativo e affermazione della legalità.

Non possiamo certo ridurre questo tema ad una discussione pro o contro la Banca del Sud.

Ospiteremo in un luogo aperto di Partito intellettuali, coscienze critiche e nuove energie per proporre un progetto nuovo di legalità e di crescita che attacchi la pletora dell’intermediazione polit.ca e amministrativa, che valorizzi le reciprocità fra nord e sud, che sia palestra vera per la formazione di nuove classi dirigenti.

Al di là di questi essenziali e doverosi cenni non voglio qui fare un discorso programmatico.

Voglio solo fissare un punto: non potremo costruire davvero una alternativa vincente senza suscitare la fiducia nella possibilità di una stagione di riforme e di avanzamenti civili e sociali. Né questa dimensione riformista può affermarsi, tanto meno nei luoghi più dinamici della nostra società, senza che il Paese si percepisca in una dimensione meno ripiegata e più vasta, e cioè innanzitutto nella dimensione europea.

Questo mi pare essere il più profondo lascito e la più sicura indicazione che vengono dall’esperienza dell’Ulivo e della leadership di Romano Prodi.

Essere in Europa: sia nel porci all’altezza delle migliori esperienze europee senza farcene sopravanzare come sta largamente avvenendo, sia nell’affermare il nostro Paese come soggetto trainante dell’integrazione; un ruolo questo che con i Governi della destra ci è totalmente sfuggito di mano e che dobbiamo assolutamente riprendere.

Il 1° dicembre entrerà in vigore il Trattato di Lisbona. Le cose cambiano. Siamo contenti e orgogliosi che si discuta, pur in un percorso incerto e complesso, della candidatura in un ruolo di altissima responsabilità di una personalità italiana e cioè di Massimo D’Alema.

È una novità importante il fatto che questa candidatura sia emersa non nella classica forma intergovernativa ma come indicazione politica delle forze progressiste europee e che questa proposta abbia avuto un aperto apprezzamento dalla quasi totalità delle forze politiche italiane.

Vogliamo affrontare le novità che vengono dal nuovo Trattato nel solco dell’indicazione del Presidente Giorgio Napolitano, che ha detto così: 'Se non ci si libera dalle pastoie dell’Europa intergovernativa non c’è futuro per l’integrazione e se l’integrazione ristagna o regredisce non c’è futuro per l’Europa, e quindi per noi stessi nel mondo'.

Credo non si possa dire meglio. Vogliamo quindi, al concreto, che il nostro Paese sia alla testa dei processi di cooperazione rafforzata che il nuovo Trattato consente.

Vogliamo che nei luoghi della responsabilità multilaterale, dal G 20 al Fondo Monetario Internazionale, i Paesi europei non vadano in ordine sparso.

Vogliamo che dopo l’Euro si coordino finalmente le politiche di bilancio e che nella crisi l’Europa parli ai cittadini con proprie iniziative di investimento, con l’univocità delle politiche di salvataggio di banche e imprese e delle politiche industriali, e con un impulso forte all’integrazione del mercato interno.

E vogliamo che l’Europa torni a darsi un orizzonte politico, quell’orizzonte che le destre europee hanno svilito e che le forze progressiste non riescono ancora ad interpretare.

Sono trascorsi venti anni dalle rivoluzioni del 1989 nell’Europa centrale ed orientale che posero fine al socialismo dispotico e segnarono un fondamentale spartiacque storico.

La fine del comunismo in Europa apparve come un evento epocale che concludeva definitivamente il ventesimo secolo con dieci anni di anticipo sulla cronologia.

Ci fu in quegli anni chi sostenne che alla guerra fredda stesse per succedere lo "scontro tra civiltà" che il destino del mondo fosse l’incomponibilità dei conflitti tra culture diverse o chi ritenne che si fosse giunti alla "fine della storia", interpretando la caduta del muro di Berlino come l’evento culminante della storia universale.

Si è venuto delineando in questi anni un mondo che non coincide con nessuna di quelle previsioni.

Un mondo che ha conosciuto mutamenti profondi, una straordinaria rivoluzione scientifico-tecnologica in particolare nel campo delle comunicazioni; un mondo in cui hanno fatto irruzione sulla scena paesi come l’India e la Cina; che ha conosciuto processi di democratizzazione, ma anche nuove fratture come quella intervenuta tra occidente e mondo islamico.

Un mondo che non ha ritrovato ancora un nuovo equilibrio.

Viviamo, a vent’anni dal crollo del muro, una stagione ricca di enormi potenzialità ma anche gravida di contraddizioni e di pericoli in un mondo attraversato da una rete sempre più fitta di legami di interdipendenza basati sugli scambi economici e sui mezzi di comunicazione ma segnato insieme da un deficit enorme di regolazione dei fatti globali e da guerre, terrorismo e violenza.

L’Europa deve nutrire l’ambizione di contribuire alla costruzione del nuovo ordine mondiale di cui si avverte l’urgente necessità.

Solo un'Europa unita può assolvere a un tale compito. Quale Paese europeo potrebbe davvero affrontarlo da solo?

L’America di Barack Obama offre all’Europa la possibilità di rafforzare le relazioni transatlantiche.

I due pilastri dell’Occidente possono collaborare in un quadro più aperto e multilaterale per promuovere meglio regole di governo del sistema economico e finanziario, per promuovere la sicurezza e la pace, per contrastare il riscaldamento del pianeta.

Alcune delle ferite aperte nel mondo ci coinvolgono più da vicino e più direttamente.

In particolare gli sviluppi della vicenda afghana appaiono estremamente preoccupanti.

Siamo persuasi che un fallimento degli sforzi della Comunità internazionale di stabilizzare l’Afghanistan avrebbe conseguenze molto gravi nell’intera regione.

Il Partito Democratico esprime un forte e convinto apprezzamento per i militari italiani che nel contesto di una missione promossa dalle Nazioni Unite operano in Afghanistan con dedizione e professionalità pagando anche un alto tributo in termini di vite umane.

Avvertiamo tuttavia l’esigenza di una riflessione sulla tormentata vicenda afghana.

Occorre dirsi la verità: senza conquistarsi il sostegno attivo della popolazione afghana agli obiettivi di pacificazione del Paese perseguiti dalla Comunità internazionale il rischio che la stabilizzazione non proceda è enorme.

La posta in gioco per l’occidente in quella regione è alta ma la si può vincere solo producendo miglioramenti nella condizione di vita dei cittadini afghani.

Ecco perché occorre realizzare la revisione strategica di cui parla da mesi il Presidente degli Stati Uniti.

È auspicabile inoltre un ruolo più attivo dell’Europa su tutte le questioni riguardanti il processo di pace in Medio Oriente che resta in uno stallo preoccupante e pericoloso. Un ruolo che verrebbe certamente visto molto favorevolmente nella regione e non solo dai Palestinesi.

Non aggiungo altro.

Il Partito Democratico ha sempre auspicato che sulle scelte di politica estera vi fosse convergenza tra le grandi forze che rappresentano il popolo italiano nel Parlamento della Repubblica.

Oggi avvertiamo la necessità di lavorare perché l’Italia sfugga ad un destino di marginalizzazione sulla scena internazionale.

Il rischio di un’Italia ininfluente l’abbiamo visto aleggiare in questi mesi.

Lo diciamo unicamente preoccupati del buon nome dell’Italia: ad esempio non fanno bene al nostro Paese posizioni oltranziste sull’immigrazione.

Il problema è enorme e siamo convinti che l’Unione Europea debba fare di più ma il nostro Paese non può sottrarsi al dovere di fornire asilo e protezione a chi ne ha diritto e necessità né riteniamo che l’Italia possa scegliere le posizioni più arretrate e miopi sul tema della cittadinanza.

In conclusione l partito democratico lavorerà, oggi dall’opposizione, domani dal governo perché l’Italia resti fedele all’ispirazione europeista, consolidi sulla base di un rapporto dignitoso e paritario l’alleanza con gli Stati Uniti, mantenga il profilo di una nazione aperta alle esigenze dei paesi più vulnerabili, si impegni perché avanzi un governo vero dei processi globali.

Dobbiamo costruire il Partito che abbiamo promesso ai cittadini che ci guardano, ai militanti che ci sostengono, ai milioni di persone che ci hanno sollecitati ad andare avanti e ad avere una fiducia sicura nel nostro grande progetto.

Teniamo dunque fermi i punti di fondo.

Nessuna nostalgia dive imprigionarci o trattenerci; dobbiamo sentire invece la responsabilità del nuovo da costruire.

Saremo un Partito che, nel bipolarismo, si rivolgerà a tutta l’area del centrosinistra, senza trattini o distinzioni di ruoli e senza pretese di esclusività e con la legittima ambizione di crescere e di farci più forti.

Una volta scelto il grande campo del centrosinistra, non facciamo torto alla nostra intelligenza descrivendo la nostra politica come una coperta da tirare un po’ più al centro o un po’ più a sinistra o inchiodandoci a schemi politici o a parole passate come fossero le figurine Panini di un campionato di quindici anni fa.

In una società complessa, in cui non puoi chiedere troppo alle antiche categorie politiche né tantomeno piegare la politica alla sociologia, quel che vale è il progetto, quel che vale è l’idea di Paese che si rivolge in particolare a quei ceti popolari dove la destra vince, quando vince.

Nella capacità attrattiva di un progetto ci sono tante cose che prese ad una ad una definiremmo di centro o di sinistra ma che nell’insieme dicono invece i valori fondamentali che hai, il Paese che vuoi e come intendi comporre gli interessi.

Al di fuori di questa ambizione non sei né più di centro né più di sinistra: sei semplicemente un Partito piccolo che si condanna ai suoi confini.

E non c’è contraddizione alcuna fra il nostro rifiuto a ritagliarci un angolo del campo e il riconoscimento che non siamo soli nel campo.

Noi portiamo a tutta l’area del centrosinistra una nostra offerta politica ed un nostro profilo che ho definito sociale, civico e liberale; un profilo che dica una parola nuova nel concerto delle forze progressiste europee tutte impegnate in una ricerca alla quale vogliamo contribuire con una nostra specificità e con lo stimolo ad andare oltre antichi orizzonti secondo una linea che abbiamo già cominciato concretamente e positivamente ad applicare nel Gruppo Parlamentare Europeo.

Non trasmetteremo alla nuova generazione dei Democratici il seguito di antiche storie ma piuttosto un’appartenenza moderna, univoca e sicura.

Per questa sintesi abbiamo a disposizione materiali straordinari antichi e nuovi: il popolarismo, la sinistra di governo e del lavoro, il cattolicesimo sociale democratico e liberale, le tradizioni civiche, la nuova sensibilità ambientale.

Abbiamo alle spalle il respiro di secolari movimenti di emancipazione, di radicate culture resistenziali e costituzionali e le vitalità di espressione della società civile che negli ultimi decenni ha accumulato protagonismi e una nuova politicità.

Il nostro problema vero è che nessuno rimanga fermo su quello che ha già saputo o che ha già vissuto e che ognuno faccia un passo e dia una disponibilità generosa al cambiamento.

Avremo un Partito plurale, non c’è dubbio. Ma non nel senso di attribuire ad ognuno una stanza della casa comune.

Ogni sensibilità che liberamente vorrà esprimersi dovrà comunque riconoscersi nelle fondamenta e nei muri portanti di questa casa comune.

Tutto questo non avverrà in astratto o in un giorno solo ma nel concreto delle battaglie, delle posizioni politiche e delle strutture reali con cui conformeremo il nostro Partito.

Popolare e del territorio, abbiamo detto; innanzitutto affermando con questo che noi selezioniamo dal territorio le nuove classi dirigenti, che consolidiamo la vita dei circoli portando lì le risorse necessarie, che ci proponiamo un radicamento nei luoghi di studio e di lavoro.

Qui c’è un problema. Nel nostro percorso abbiamo svolto più di 7.100 Congressi di circolo. Solo 70 di questi riguardano i luoghi di lavoro e solo 10 luoghi di studio.

Propongo quindi di lanciare una iniziativa che discuteremo con i Segretari regionali per fondare nei prossimi mesi 500 nuovi Circoli nei luoghi di studio e di lavoro.

Impegniamoci altresì da subito a costruire una struttura centrale che oggi non abbiamo a servizio delle attività del Partito nei diversi ambiti dell’iniziativa politica.

C’è ancora molto da fare per costruire il nostro Partito. In questi due anni si è determinata una costituzione materiale della nostra organizzazione che va corretta e migliorata.

Convocherò immediatamente la Direzione che oggi eleggeremo per discutere, prima ancora degli organigrammi, dello stato del Partito e di come concepire un suo rafforzamento strutturale.

Già oggi procederemo peraltro ai sensi dello Statuto oltre alla nomina della Direzione a quella del Presidente, del Vice Segretario e del Tesoriere.

Ribadisco qui quel che ho sempre detto nella nostra lunga campagna congressuale.

Penso ad un Partito nel quale c’è bisogno di tutti e nel quale tutti devono collaborare a promuovere una nuova classe dirigente.

Per questo intendo collocare nei luoghi esecutivi esponenti di una nuova generazione già sperimentata e creare attorno a loro la presenza attiva di personalità politiche che possano proteggere il cambiamento mettendo a frutto i vasti sistemi di relazione che possiamo mobilitare.

Tutto questo con uno sguardo plurale e mai fazioso nella attribuzione di ruoli e di responsabilità.

C’è un punto ulteriore che voglio già oggi indicare per la nostra discussione.

Se gli aspetti di confronto e di selezione competitiva in cui ci siamo ampiamente esercitati in questi anni (e che andranno preservati con qualche necessario aggiustamento) non verranno messi in equilibrio con meccanismi centripeti e coesivi propri di ogni associazione, noi rischieremo fenomeni di anarchismo e di feudalizzazione.

Penso che la Commissione già nominata dalla Convenzione per la rivisitazione dello Statuto dovrà occuparsi di questo; di come meglio bilanciare, ad esempio, l’ampia dialettica, l’assoluta libertà di espressione, il valore del pluralismo con l’esigenza di preservare l’autorevolezza e l’univocità delle posizioni del Partito.

Quando si parla di questo, il pensiero va subito ai temi etici di frontiera. Ma il problema non è questo.

Sto parlando invece di una fisiologia che riguarda diffusamente la vita del Partito e che più facilmente impatta nei diversi luoghi del Paese con questioni relative al tracciato di una strada o a un termovalorizzatore o a una nomina piuttosto che a problemi di frontiera.

Se siamo forza di governo, e lo siamo; se siamo il Partito di una democrazia partecipata ed efficiente, e lo siamo, dobbiamo essere all’altezza di noi stessi e risultare lineari e affidabili agli occhi dei cittadini che si aspettano risposte e posizioni chiare sui problemi della loro vita comune.

Esistono poi anche i temi di frontiera, che possono interpellare la coscienza in modo insuperabile.
Non sarà certo difficile trovare gli strumenti che riconoscano questo ambito, percepito peraltro nel senso comune.

In realtà sulle questioni etiche e antropologiche il punto principale sta nella dimensione culturale e politica e nella capacità nostra di mettere a frutto nella discussione, nel confronto e nell’impegno lo straordinario bagaglio culturale che ci ispira, fatto di umanesimi forti, laici e di ispirazione religiosa.

Umanesimi forti che non dobbiamo annacquare, che sono una forza enorme per noi e che dovranno aiutarci ad arrivare fino al punto in cui deve esercitarsi l’autonoma responsabilità della politica che ha un compito ineludibile: quello di rispondere con delle decisioni, per quanto transitorie e fallibili, alle esigenze del bene comune.

È al lavoro anche una Commissione nominata dalla Convenzione per perfezionare il Codice Etico del Partito Democratico.

Voglio qui sottolineare la centralità della questione. Per gli obiettivi che abbiamo, noi non possiamo fare a meno della dignità e del buon nome della politica e dell’amministrazione pubblica.

Quando questi si appannano, la destra ci lucra e noi paghiamo il prezzo.

Dobbiamo dunque porci il problema generale di un rafforzamento della tensione civica ed etica, a cominciare da noi stessi.
È una questione che non può essere semplificata parametrandola, come spesso si fa, sui provvedimenti giudiziari.

Quel parametro, che certo ha un grande rilievo, può tuttavia essere troppo o troppo poco; non ci libera dalle nostre responsabilità.

Un Partito non è una autorità morale ma deve sentirsi tuttavia in qualche modo garante di quella dignità nell’esercizio di funzioni pubbliche che la Costituzione richiede.

Una dignità che non può non comprendere comportamenti privati coerenti con la credibilità e il rispetto che un impegno pubblico pretende.

Dobbiamo chiederci come mai pur avendo indicato le migliori intenzioni nelle nostre carte fondamentali, in questi due anni non sia stato possibile sanzionare nei diversi luoghi del Paese comportamenti non coerenti con i principi che abbiamo enunciato.

Chiedo quindi che la Commissione Etica avanzi proposte non solo di principio ma tali da comprendere strumenti operativi efficaci per dissociare il Partito e il suo buon nome dalle deviazioni di singoli.

Ho detto all’inizio: costruire il Partito, promuovere l’alternativa. Noi siamo il Partito dell’alternativa; preferisco dire così perché l’idea di alternativa contiene sicuramente il concetto di opposizione ma non sempre il concetto di opposizione contiene quello di alternativa.

Vediamo bene sia la forza che oggi Berlusconi esprime, sia d’altra parte, l’impossibilità di disegnare un orizzonte credibile per il Paese e per la sua stessa maggioranza politica.

Dal lato nostro non ci sfuggono certo l’articolazione e la disomogeneità delle forze di opposizione.

Ma le cose non si muoveranno se non ci muoveremo noi. Quello che conta adesso, soprattutto, è il nostro posizionamento.

Noi ci rivolgiamo con apertura ampia e generosa a tutte le forze di opposizione, riconoscendone la specificità e lavoreremo perché si accorcino le distanze fra noi.

Chiediamo agli altri di fare altrettanto; chiediamo che nessuno si sottragga alla responsabilità di offrire agli italiani una alternativa.

È un percorso non breve e certamente non sarà senza inciampi e contraddizioni.

Ma tutti adesso sanno che possono discutere con noi in un clima costruttivo e di reciproco rispetto.

Questo vale per le forze che sono in Parlamento (L’Italia dei Valori, l’Unione di Centro, i Radicali) sia con forze che non sono in Parlamento (Sinistra e Libertà, Verdi, formazioni civiche, formazioni di origine socialista e repubblicana).

Sui temi della democrazia abbiamo aperto un canale di comunicazione e di confronto anche con formazioni con cui non abbiamo prospettive di alleanza come Rifondazione Comunista.

Con questo sguardo ampio e ben consapevoli di tutte le necessarie articolazioni opereremo per avvicinare le posizioni sui temi istituzionali ed elettorali e su quelli economici e sociali.

Con questo stesso sguardo ampio opereremo in vista delle elezioni regionali ed amministrative; con l’obiettivo cioè nel rispetto della dimensione federale, di allestire coalizioni democratiche e di progresso che possano scegliere e promuovere le candidature migliori, anche avvalendosi dei percorsi di partecipazione.

Care Democratiche, cari Democratici, cari Amici, cari Compagni,

ho concluso.

Lo dicevo all’inizio e spero di essere stato compreso.

Mi sono rivolto a voi come ci si rivolge ad un largo gruppo dirigente e in modo consapevole sia della rilevanza e della difficoltà del nostro impegno sia della grande forza che possiamo esprimere.

Tutti noi, assieme, metteremo fiducia nel progetto, tenacia e solidità nel perseguirlo; e soprattutto davanti alla sfida nuova sapremo rinverdire gli ideali che ci hanno portati alla politica ricavando da lì energia e generosità.
Perché in fondo la sostanza sta proprio qui.

Un Partito giovane ci chiede di essere giovani nel cuore.

martedì 3 novembre 2009

«Eppure io, cattolico, nel Pd mi sento a casa» di Giovanni Bachelet



Anche lui............DEMOCRATICO PER DAVVERO!A presto. Silvia

«Eppure io, cattolico, nel Pd mi sento a casa»
di Giovanni Bachelet - da Avvenire


Caro Direttore, forse il lettore che il 30 ottobre chiedeva se vi sia spazio per i cattolici nel Pd non legge Avvenire, che ha seguito il dibattito congressuale, il voto nei circoli e la recente, straordinaria partecipazione popolare alla scelta del segretario. Tutti miscredenti quei tre milioni di elettori?

Se non basta Avvenire, aggiungo qualche aneddoto. I125 ottobre il signore in fila dopo di me diceva alla moglie che, a quel ritmo, sarebbero arrivati tardi in chiesa; riconoscendomi, chiedeva notizie della messa delle famiglie, senza meravigliarsi che a quelle primarie io fossi candidato, anzi capolista, con Bersani. In fila c'erano due suore. Al seggio un'amica dei genitori mi ha salutato con affetto, confidandomi però che non votava per me, ma per Marino!

Al lettore preoccupato degli spazi cattolici nel Pd domanderei inoltre: tutti miscredenti anche i leader, i parlamentari, gli amministratori implicitamente confermati da quei milioni di elettori? Dei tre candidati segretari, Franceschini e Marino vanno a messa tutte le domeniche; Bersani, che ha vinto, si è laureato con una tesi su «Grazia e autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di san Gregorio Magno» e gode di buona fama presso i ciellini, che lo invitano al meeting di Rimini. Ma soprattutto ha progettato e combattuto la battaglia congressuale insieme a Rosy Bindi ed Enrico Letta, e con loro ha detto che intende ripartire dagli ultimi, dalla solidarietà, dalla sussidiarieta, da valori e principi della Costituzione Italiana, dalle radici socialiste e cristiane del Pd.

Idee inconciliabili? Da molti anni il confronto serrato e costruttivo fra culture e storie oggi confluite nel Pd ha prodotto sintesi condivise su scuola, lavoro, immigrazione, ma anche su bioetica, convivenze, libertà religiosa: l'ultimo esempio è che, dopo lunga e proficua istruttoria, ben 118 dei 120 Senatori del Pd hanno votato a favore del testamento biologico, la cui prima bozza era stata scritta da Ignazio Marino; solo due Senatori hanno votato contro. Quei due sono gli unici fedeli alla comunità cristiana e all'Evangelo? O invece sono credenti anche molti dei 118, e in quel progetto di legge vedono una risposta umana, cristiana e democratica alle opposte follie dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico?

Dicevo qualche giorno fa a Paola Binetti: da cristiano, ben prima che da democratico, non capisco il tuo voto e quello dell'Udc contro la legge sull'omofobia. Cosa c'è di cristiano nel non prevedere per l'aggressore di un gay o una lesbica le aggravanti previste per l'aggressione di un ebreo o di un rom? Passando ai provvedimenti dell'attuale maggioranza, non vedo perché una legge che costringe le immigrate irregolari a separarsi dai figli sia meno «eticamente sensibile» o più «negoziabile» di un'altra sulle convivenze civili o sul fine vita. Non si può strombazzare la difesa della vita dal concepimento alla morte e poi fregarsene dei disperati che muoiono nel Canale di Sicilia, ricordava alla Camera il cattolico Jean-Léonard Touadi, del Pd.

La lista delle cose inaccettabili per un cristiano è lunga; il punto di equilibrio del bene possibile, o del male minore, è difficile da trovare: lo sanno i democratici cristiani italiani del secolo scorso, sotto il cui governo passarono leggi sul divorzio e l'aborto che essi avevano vivacemente avversato. Anche oggi, nel Parlamento e nel Pd, molti cristiani si cimentano, ad armi pari con tutti gli uomini di buona volontà, nella difficile ricerca del bene comune. Spero che in nessun cattolico democratico prevalga la paura, che nessuno voglia proprio ora ritirarsi a vita privata; il mio caso, per quel che interessa, è opposto: solo Romano Prodi nel 1995 e Rosy Bindi nel 2007 sono riusciti a tirarmi per i capelli nella politica attiva; il Pd è l'unico partito al quale mi sia iscritto, nel quale mi sento a casa mia.

domenica 1 novembre 2009

"GENDER GAP": Pari opportunità, l'Italia scende in classifica


Pari opportunità, l'Italia scende in classifica
da L'Unità

Lungi dall'essere pari, le opportunità per le donne in Italia sono un terreno sempre più accidentato, soprattutto nel lavoro. Nel rapporto 2009 sul "Gender gap" del World Economic Forum, la penisola scende al 72esimo posto su 134 paesi dal 67esimo del 2008 e dopo l'84esimo del 2007.L'italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede appena la Tanzania, è terzultima in Europa. A pesare è «la persistenza di indici negativi sulla partecipazione delle donne alla vita economica», in primis la disparità di salari e redditi rispetto agli uomini.«I paesi che non capitalizzano sulla metà delle loro risorse umane minano la loro competitività», ammonisce il rapporto.La classifica stilata dal Wef, l'istituzione che organizza il forum di Davos, copre il 93% della popolazione mondiale, assegnando ai paesi scandinavi il podio delle pari opportunità tra donne e uomini. Al primo posto si piazza l'Islanda (quarta nel 2008), davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca e Irlanda.Sorprendente il Lesotho al decimo posto (dal 16esimo), davanti quindi a tutti i big europei. La Germania è 12esima, il Regno Unito 15esimo (entrambi in leggero calo), la Spagna 17esima e la Francia 18esima. Agli ultimi posti nel vecchio continente Repubblica Ceca (74esima) e Grecia (86esima). Il rapportoassegna poi il 31esimo posto gli Usa, in discesa di 3 posizioni e il 75esimo al Giappone. A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto il sub-indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» 96esimo posto) a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo).Ovvero, solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878.Vanno molto meglio le aree di «potere politico» (45esimo, grazie alle donne che siedono in parlamento e al governo) e «scuola e istruzione» (46esimo posto), meno bene di quanto ci si potrebbe aspettare il settore «salute e attesa divita» (88esimo posto). Tra gli altri dati evidenziati dal rapporto la differenza nella disoccupazione tra donne (7,87%) e uomini (4,88%), come pure l'età media di matrimonio (28 anni). Rispetto al 2006, anno del primo rapporto sul "Gender gap", il voto all'Italia è solo marginalmente migliorato: laddove 1 rappresenta la parità, la penisola è passata dallo 0,646% allo 0,68%, mentre l'Islanda e i principali paesi nordici veleggiano sullo 0,82%. All'estremo opposto Pakistan, Chad e, ultimo di tutti, lo Yemen (0,46%). «Per avere società economicamente competitive e prospere è necessario coinvolgere le donne su un livello pari degli uomini in tutti gli aspetti della vita», sottolinea il rapporto e «l'integrazione di donne e ragazze è tanto più imperativa se si vuole una ripresa rapida e sostenibile della crisi finanziaria».

mercoledì 21 ottobre 2009

(segue)..... L'AQUILA: DAL PURGATORIO.......ALL'INFERNO


Ritengo opportuno pubblicare questa richiesta di aiuto,(non posso altro che scrivere "AIUTO",potrei usare la parola "appello" ma è riduttiva, superficiale),inviatami dai volontari della Prociv dell'ARCI dell'Orvietano e di tutta Italia, che ancora oggi accudiscono e curano gli abitanti delle tendopoli de L'Aquila.


CHE SI PUO' FARE?

Cara Silvia,
ricordi il freddo di quella notte che ci sei venuta a trovare al campo di Pianola ad aprile oggi è lo stesso freddo di allora, l’unica differenza è che sono trascorsi quasi sette mesi e stiamo tornando verso al stagione invernale.
Ci dispiace molto che a soffrire questo freddo siano anche le persone ancora ospitate nelle tendopoli.
Hanno avuto le promesse, hanno coltivato speranze ed alla fine non hanno avuto risposte.

Nonostante ciò che dice la televisione, i campi non sono ancora chiusi e ancora oggi sono ancora ricoverate oltre quattromila persone. La cosa peggiore è che pur di chiudere rapidamente le tendopoli a queste persone vengono proposte soluzioni abitative temporanee lontane dal loro paese e anche dai loro animali. Dopo la data del trenta settembre, che era stata prevista per la chiusura delle tendopoli si è arrivati ad ipotizzare il trentuno di ottobre e purtroppo oggi siamo già al venti.

In questi giorni pur di ridurre al minimo la presenza nelle tendopoli sta prendendo piede un atteggiamento coercitivo del tipo: “io ti propongo la seguente località dove andare ad abitare in attesa che ti venga messo a disposizione un modulo abitativo….” Se accetti bene altrimenti se vuoi restare nella tenda restaci però il campo si chiude, si chiudono le utenze ed i servizi, ti lasciamo la tenda e ti arrangi…..

Penso che un atteggiamento di questo tipo non sia rispettoso della dignità di persone che oltre ad aver subito il terremoto si trovano oggi loro malgrado a pagare un prezzo ancora più alto per le scelte sbagliate assunte dal sistema nazionale di protezione civile asservito agli slogan televisivi.

Ricordi quando da principio si diceva in due mesi tutti fuori dalle tende? Ricordi quando si diceva non ci sarebbe stata la seconda fase (roulottes o containers) ma si sarebbero date case a tutti! Ricordi la televisione il ventinove settembre (fatidica data compleanno di papy) quando dalle immagini e dai commenti sembrava che tutti avessero risolto i loro problemi? Bè mia cara non è così, nelle tendopoli ci sono ancora tante persone che non accettano di andarsene “non per il piacere di rimanere in tenda”, ma perché non possono per motivi di lavoro di scuola o di reddito, oppure perché ci sono gli animali da accudire. Si narra anche che potrebbe essere usata la forza pubblica per lo sgombero dei campi.

Cara Silvia, pensi che sia possibile far conoscere queste notiziole a chi potrebbe avere capacità di intervento affinché ciò che sopra ti è stato elencato sia scongiurato! Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.

L’ Aquila, lì 20 ottobre 2009

P.s. ricordi che noi abbiamo promesso agli ospiti del campo, che non li avremmo lasciati soli fino a quando anche l’ultimo non avesse avuto a disposizione una soluzione dignitosa….???? Siamo intenzionati a farlo siateci vicini.
Un saluto e un abbraccio.

PRIMARIE PD 25 ottobre 2009: VOTA LISTA CON "BERSANI E BOTTINI 09 PER L’UMBRIA"













1 DI GIROLAMO LEOPOLDO
2 GILIONI MARA
3 LIVIANTONI CARLO
4 FRINGUELLO SILVIA
5 BRUGNOLI ENRICO
6 CHERUBINI STEFANIA
7 CORSI SANDRO
8 VALENTINI FRANCESCA
9 OTTONE CARLO
10 BERRETTINI SONIA
11 GIOVANNETTI MARIO
12 BAGLIONI LORENA
13 BERNARDINI PIERO
14 BALDINI ALESSIA
15 VINCENZI PIERPAOLO
16 VAGAGGINI MARGHERITA
17 FATTORINI GIANFRANCO
18 DIAMANTI CINZIA
19 PROIETTI CLAUDIO
20 CHIRICO LUIGIA
21 TIRACORRENDO MASSIMO
22 CECERA BARBARA
23 SBARZELLA SERGIO
24 SARGENTI SANDRA
25 SPINELLI PIERLUIGI
26 VIALI DI FRANCESCO CRISTINA
27 GERMANI GIUSEPPE
28 MULAS VALENTINA
29 GIOMBOLINI GIANNI
30 ABBATE ROSARIA
31 GRIMANI LEONARDO
32 GRILLI ANNARITA
33 SPERANDEI MARCO
34 CAMILLUCCI SILVIA
35 GIACCHETTI EMILIO
36 CIUCHI LUCILLA
37 RUBINI GIOVANNI
38 BEVILACQUA ANNA MARIA
39 ALTERI GREGORIO
40 CROCE CRISTINA
41 RICCI ORIANO
42 CONTESSA MARCELLA
43 PICECCHI BRUNO
44 ZANDA MARIA PIA
45 RUGERI DAVID
46 LORI ALESSIA
47 VINCIARELLI MARCO
48 PETTIROSSI CHIARA
49 GUBBIOTTI EMIDIO MATTIA
50 MORTINI ANNARITA
51 DELLI GUANTI ANDREA
52 PETRE MINODORA
53 RICCI ANDREA
54 CASACOPPI LAURA
55 GRASSELLI ISAURO
56 MARCHETTI DESIREE
57 CASCIOTTA MIRKO
58 LIBERATI LAURA
59 FERRANTINI DOMENICO
60 PRESTA LOREDANA
61 PROIETTI GIORGIO
62 GABRIELLI ROSANNA
63 DOMINICI MASSIMO AZEGLIO
64 ARCANGELI MANUELA
65 PACIFICI FIORENZO
66 BASILICI VANIA
67 VENTURI ALESSANDRO



martedì 20 ottobre 2009

Rosy Bindi: «Per le donne c'è un problema di democrazia»

VERSO LE PRIMARIE/1. La vicepresidente della Camera è intervenuta al parco Gallo
«Su questo fronte presenterò a Bersani un conto alto Il botta e risposta con Berlusconi? Ho tolto il tappo a qualcosa che negli ultimi mesi stava crescendo»

Rosy Bindi a Brescia

Diventata senza premeditazione un'icona post-femminista, Rosy Bindi è arrivata a Brescia per appoggiare la candidatura di Pierluigi Bersani a segretario nazionale del Pd. Look austero, sguardo disteso, fermezza stemperata da un sorriso, ha incontrato alla cascina del parco Gallo giovani, amministratori locali e parlamentari bresciani in lista per le primarie del 25 ottobre.
«BERSANI È LA PERSONA giusta per costruire una grande alternativa di governo, attraverso un partito vero che ha alla base un progetto culturale forte per la società sui temi della crisi, della famiglia, del lavoro», ha spiegato Bindi, affiancata da Paolo Corsini e da Fabio Capra. È anche «l'uomo che sa parlare, oltre che al Paese, al Nord Italia in cui Brescia, città di tradizioni culturali che si rifanno sia alla matrice di sinistra che al mondo cattolico, rappresenta un grande modello di integrazione sociale».
Bindi ritiene che alle primarie di fine ottobre i risultati raccolti nei collegi che danno in testa Bersani verranno confermati, ma nutre la convinzione di fondo che «il nostro servizio alla democrazia per il Paese passa anche per la democrazia che riusciremo a realizzare nel partito, che deve conoscere un radicamento popolare e un programma solido per tornare a governare».
E il radicamento, per una donna e politica come Bindi, candidata nel 2007 alle primarie del Pd, confina stretto con il coinvolgimento dell'altra metà del cielo. «Esiste un problema politico vero e di democrazia che interessa le donne, non nascondo che mi sarebbe piaciuto, accanto alle tre candidature maschili alla segreteria, anche un intervento femminile», dice promettendo che «su questo fronte presenterò un conto alto a Bersani». Passi avanti come partito sono stati fatti, il 50 per cento di rappresentanza al femminile è stato un traguardo, «ma ora serve che il Pd si faccia carico della realtà quotidiana delle donne, dalla precarietà alle risorse sociali».
QUANTO AL BOTTA E RISPOSTA fra Bindi e il premier Berlusconi. «Credo di aver solo tolto il tappo a qualcosa che stava crescendo in questi ultimi mesi – si schermisce lei -. Non sono mai stata femminista, ma credo che in questa stagione, in cui il corpo femminile viene usato come biglietto di entrata nei palazzi del potere, le donne debbano riprendere la parola». Da parte di Corsini e del gruppo Pd bresciano è stata espressa solidarietà a Rosy Bindi per l'intervento del premier dalla Bulgaria, che ha ritenuto «di largo consumo» le battute rivolte alla parlamentare Pd, che è vice presidente della Camera. «Da tutta questa vicenda - chiosa lei - forse sta emergendo l'idea che non solo le donne non sono a disposizione del premier, ma che non lo è nemmeno l'Italia».

Fonte:Bresciaoggi.it - Lisa Cesco

domenica 18 ottobre 2009

"SIAMO ALLA FINE. QUESTO È L´8 SETTEMBRE" - L'AMARISSIMO SFOGO DI CARLO FRUTTERO

Testo tratto da un incontro di Pietro Citati con Carlo Fruttero per la Repubblica
Di Pietro

.... Qualche giorno fa, (Carlo Fruttero) l´ho trovato diverso: non più mestamente ironico, ma disperato, furibondo, collerico. Non l´avevo mai visto così. E dopo pochi minuti, trascorsi senza che la letteratura placasse e raddolcisse la sua anima, mi ha detto con voce alterata: «Siamo alla fine. Questo è l´otto settembre. Non vedi?».
Carlo Fruttero

E se io gli obbiettavo che il re e la regina non erano fuggiti a Brindisi, che i generali non avevano abbandonato a loro stessi un milione di soldati, e che non si vedevano ancora i carri armati nazisti, mi rispondeva con una voce sempre più acuta: «Non capisci. Non vedi. Non vuoi vedere. Non vedi che tutto si sta disgregando sotto i nostri occhi? Tutto è a pezzi, in rovina. Camminiamo tra i frantumi e i detriti. Non c´è più nulla che regga. Tutti blaterano. Tutti parlano per dire male. Non c´è pietà né comprensione. Dappertutto c´è rancore, odio, ferocia, senza che, in realtà, nulla distingua le idee degli uni da quelle degli altri. I magistrati calunniano i magistrati, gli uomini di chiesa gli uomini di chiesa. Tutti infieriscono contro tutti».


«Se penso ai democristiani di trenta o quaranta anni fa, continuò, mi sembrano dei giganti. Non riuscivo a distinguerli. Rumor era come Colombo, Bisaglia come Piccoli o Forlani. Avevano vissuto tra gli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e della loro esistenza nascosta conservavano una specie di profumo: un profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne.


Avevano la stessa faccia: un viso molle e un poco informe, il naso annegato tra le guance, i capelli tra il bruno e il biondiccio, gli occhi sbiaditi, un sorriso indeciso sulle labbra. Non ti guardavano negli occhi. Ti stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano dall´altra parte».

«Non esibivano nessuna verità perentoria: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante. Non amavano la forza: né le costruzioni, i programmi, le decisioni, i progetti. Avevano un´idea passiva della politica. Lasciavano che le cose accadessero, e le assecondavano con una mano molle e paziente.

E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare e ad abbarbicarsi al suolo. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in loro stessi, con quell´arte dell´assimilazione in cui erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in Guerra e Pace, sconfigge Napoleone».

«Pensa a cosa sono i politici di oggi: a sinistri demagoghi come Umberto Bossi e Antonio Di Pietro. Allora, gli elettori li avrebbero presi a calci. Non avrebbero nemmeno tollerato che si presentassero alle elezioni. Li avrebbero cancellati dalle liste elettorali».

«Oggi, in Italia, non esistono più uomini politici. Ne esiste uno: Giorgio Napolitano, che regge da solo sulle spalle l´intero paese. Se non ci fosse lui, tutto crollerebbe. Io non amo la politica, lo sai. Detesto quella mescolanza di forza, segreto, ipocrisia, arte del compromesso, che forma il carattere degli uomini politici. Esecro la loro presunzione di condurre la storia, come se guidassero una carrozza a cavalli.

Ma, mai come in questi anni, mi rendo conto che l´arte della politica è necessaria. Ci vuole la durezza, la tensione, la pazienza, il dono del futuro, il giusto orgoglio, la discrezione, il silenzio, che possedevano uomini come De Gasperi. Oggi sono qualità completamente assenti».

«Guardali, i politici del 2009. Vogliono soltanto una cosa: apparire, esibirsi, esaltarsi: naturalmente alla televisione. Sono figli della televisione, che li ha completamente contagiati e contaminati. Chiaccherano. Non hanno peso né riserve. Sono irreali, come la televisione. Pensano che il gradimento televisivo sia tutto, mentre non importa nulla. Non sanno fare né preparare. Tra pochissimo, non li vedremo più. All´improvviso scompariranno, insieme al nostro paese: come un corteo di nuvole, come un´accolita di fantasmi».

Fruttero si arrestò. Forse si vergognava di aver parlato tanto, e di aver alzato la voce, come un padre della patria. Si sedette. E cominciammo a parlare delle lettere che Flaubert aveva scritto per anni a Louise Colet, al tempo di Madame Bovary.

sabato 3 ottobre 2009

Le quote rosa sono necessarie, ma che "fallimento della politica"

di Nicola Persico (www.lavoce.info)

Una recente decisione del Tar impone la modifica della giunta provinciale di Taranto perché la sua composizione, oggi tutta al maschile, viola lo Statuto della provincia, secondo cui “il presidente nomina i componenti della giunta, (...) così da assicurare la presenza di entrambi i sessi”.
La decisione del Tar è ineccepibile: la legge è legge, e la giunta di Taranto va modificata. Però il caso solleva due questioni generali: 1) se imporre quote rosa in politica sia bene o male; 2) come mai le quote rosa siano necessarie, cioè quale “fallimento della politica” renda necessario un intervento ad hoc.
Identità e merito - Sulla prima questione, il ministro Carfagna ha optato per un doppio carpiato dialettico: “Un buon amministratore, un politico attento, dovrebbe (...) garantire un'adeguata rappresentanza della componente femminile in ciascun organismo, a prescindere dalle quote rosa alle quali sono sempre stata contraria. Se questa sensibilità viene a mancare, (...), ben venga un intervento del Tar a rimettere le cose a posto”. (2) In altre prole, il ministro è categoricamente contraria alle quote rosa tranne, perbacco, quando vi sono troppe poche donne. Questo sofisma fa sorridere. Ma noi, semplici cittadini senza responsabilità istituzionali, come dobbiamo orientarci?
La risposta non è scontata. In generale, sono molto diffidente verso quote di qualsiasi colore perché mandano il messaggio sbagliato: che il merito non conta e che la strada verso il successo è di soffiare sul fuoco della “politica delle identità”. Gli Stati Uniti, con una ben diversa eredità di discriminazione, sono andati per questa strada. Ma se negli Usa il criterio del merito è ampiamente condiviso e dunque può sopravvivere a eccezioni occasionali, in Italia lo è meno, e perciò dovremmo stare ancora più attenti a intervenire in processi che hanno una loro efficienza interna.
In questo caso, però, si può ragionevolmente argomentare che il processo politico che opera nella formazione di una giunta provinciale in Italia non è necessariamente un processo orientato verso l’efficienza. Sospetto che molti italiani sosterrebbero che rimpiazzare alcuni consiglieri con altre persone, chiunque esse siano, non sarebbe fatale per l’efficienza delle province. Se i rimpiazzi sono donne, ben venga.
Questo argomento è incompleto. Molti dei nostri consiglieri provinciali sono sicuramente validi e, soprattutto, sono stati eletti anche dalle donne, che infatti votano circa quanto gli uomini. Bisogna quindi essere più riflessivi. Bisogna prima argomentare che i consiglieri donne si comporterebbero in maniera diversa dagli uomini, e poi spiegare perché allora le donne non sono elette.
Perché poche donne in politica - Sul primo punto ci viene in aiuto un interessante studio di Ebonya Washington, dell’università di Yale. Lo studio dimostra che i membri del Congresso Usa, per lo più uomini, votano più frequentemente a favore della libertà di scelta riproduttiva (cioè dell’aborto) quando hanno una maggiore percentuale di figlie femmine. Siccome la percentuale di figlie femmine è presumibilmente indipendente dall’orientamento politico, l’interpretazione è che avere piu’ figlie femmine sensibilizza i padri alle problematiche femminili. (3) Lo studio dimostra rigorosamente ciò che il buon senso suggerisce: che un politico fa proprie, almeno in parte, le preferenze del suo gruppo di riferimento. E dunque, se l’esperienza del Congresso Usa è rilevante per la realtà italiana, i consiglieri donne si comporterebbero in maniera diversa dagli uomini, almeno in certe dimensioni.
Ma se le donne in politica sono diverse dagli uomini, perché allora la polis non riesce a esprimere le prospettive femminili attraverso il normale processo elettorale? Se queste prospettive sono popolari, quali forze impediscono alle donne di eccellere nell’agone elettorale?
Il presidente della provincia di Taranto suggerisce una risposta: dichiara che, nel suo caso, le indicazioni dei partiti non comprendevano donne. Se ciò è vero, allora la mancanza di donne in politica riflette un fenomeno più profondo e forse indica un “fallimento della politica”: i partiti interpongono un filtro fra le preferenze degli elettori e i politici che finiscono per essere eletti. In Italia, come in molti altri paesi, i votanti possono eleggere solo chi è ammesso nelle liste di partito. Il controllo delle liste ha effetti molto profondi sul tipo di personale politico che le nostre polis riescono a esprimere.
Secondo questa prospettiva, la scarsità di donne in politica è sintomo di una politica che non rappresenta le preferenze degli elettori. Sarebbe bello e utile che la grancassa sulle quote rosa in politica si trasformasse in una occasione per dibattere questo “fallimento della politica” riconoscendone i profondi effetti sulle politiche che vengono attuate e magari per pensare a opportuni interventi sulle strutture interne dei partiti.
Insomma, in politica le quote rose sono sicuramente meno peggio che in altri settori e magari possono essere anche utili. Ma meglio sarebbe allargare il dibattito alla capacità dei partiti di riflettere le preferenze dei votanti.

(1) - Lo statuto della provincia accoglie una norma del Testo unico sull’ordinamento degli enti locali per cui “gli statuti comunali e provinciali stabiliscono norme [...] per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia [...]”. La norma stabilisce un fine, ma non specifica come perseguirlo. Lo statuto provinciale di Taranto ha accolto una interpretazione forte, da “quote rosa” del Testo unico.
(2) - “A Taranto il Tar azzera la giunta senza donne” di Laura Squillaci, Il Sole 24Ore del 25 settembre 2009.
(3) - "Female Socialization: How Daughters Affect Their Legislator Fathers' Voting on Women's Issues," American Economic Review, 2008, 98, 1, 311-332.
01 ottobre 2009
" Il primo compito del Partito Democratico deve essere quello di restituire credibilità alla politica". Rosy Bindi