giovedì 17 luglio 2008

Biocarburanti: Stop dell'Ocse: costano troppo



I biocarburanti costano troppo e contribuiscono poco alla riduzione dei gas serra: meglio promuovere il risparmio energetico, soprattutto nel settore dei trasporti. E' questo il parere sui biocombustibili espresso dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) in un rapporto dal titolo "Valutazione economica delle politiche sui biocarburanti" diffuso oggi.

"Il sostegno pubblico dei Governi per la produzione dei biocarburanti è costoso - spiega l'Ocse - ha un limitato impatto nella riduzione dei gas serra e nel miglioramento della sicurezza energetica e ha una forte ripercussione sui prezzi degli alimentari nel mondo". Per questo, spiega l'Organizzazione, "i biocarburanti sono eccessivamente dipendenti dai fondi pubblici per essere praticabili". Si calcola che per Stati Uniti, Canada e Unione europea la spesa per il sostegno dei biocarburanti crescerà intorno ai 25 miliardi di dollari all'anno entro il 2015, a fronte degli 11 miliardi spesi nel 2006, e che il sostegno ai biocarburanti costa dai 960 ai 1.700 dollari a tonnellata di gas serra evitati.

Un sistema troppo costoso soprattutto se si esaminano i benefici prodotti: si eviterebbe una quota pari a meno dell'1% delle emissioni prodotte dai trasporti nel 2015. E visto che il primo obiettivo dell'uso dei combustibili 'verdi' è quello di contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, l'Ocse avverte che i risultati sono troppo risicati. Mentre l'etanolo prodotto in Brasile dalla canna da zucchero taglia le emissioni di gas a effetto serra dell'80% circa, i biocarburanti ottenuto da altre materie prodotti in Stati Uniti, Canada e Ue ottengono un risultato decisamente inferiore. Per questo l'Ocse sollecita i Governi a promuovere politiche per la promozione del risparmio energetico e anche a sostenere l'uso dei cosiddetti biocombustibili di seconda generazione, che non richiedono l'uso di scarti alimentari.

Il problema legato ai biocarburanti, infatti, è anche quello di essere al centro di una polemica sul rincaro dei prezzi degli alimentari. Sulla base delle misure esistenti per il sostegno dei biocarburanti, l'Ocse calcola che i prezzi a medio termine del grano, del mais e degli oli vegetali aumenteranno rispettivamente del 5%, 7% e 19% e potrebbero salire ulteriormente nel caso in cui dovessero entrare in vigore le nuove politiche Ue. Infatti con le politiche attualmente in vigore il 12% della produzione mondiale di cereali secondari e il 14% della produzione mondiale di olio vegetale potranno essere utilizzati a medio termine per la produzione di biocombustibili.

Queste percentuali aumenteranno rispettivamente al 13% e al 20% una volta che entrerà in vigore nell'Unione europea la legge sull'indipendenza e la sicurezza energetica e che si approverà la direttiva sulle energie rinnovabili. A 'calmierare' i prezzi potrebbe essere una forte espansione della superficie agricola, fenomeno che però - avverte l'Ocse - può avere ripercussioni ambientali: se da una parte si accelera la coltivazione delle terre, soprattutto in America Latina e in vaste zone dell'Africa, dall'altra bisogna prevenire danni ambientali e pericoli di deforestazione.

E' più economico, conclude l'Ocse, ridurre il consumo di energia che sostituire una fonte energetica con un'altra e promuovere l'uso di superfici non coltivate piuttosto che coltivare le aree più sensibili.

Fonte:www.affaritaliani.it

Bindi: "No a un Pd di sinistra alleato all'Udc. Forse Rutelli sta pensando di uscire"


Rosy Bindi, che ne pensa delle proposte di Rutelli?
«Io veramente ho visto una sola di proposta. Poi ho sentito dire che dobbiamo dettare l’agenda politica. Ma non vedo alcun punto programmatico significativo»

Vuol dire che l’unica novità dei "coraggiosi" è l’accordo con l’Udc?
«Hanno chiarito che dopo la vocazione maggioritaria che aveva abbandonato al suo destino la sinistra radicale ora si lascia anche Di Pietro e il nuovo conio altro non è che l’alleanza con l’Udc».

E non va bene?
«Guardi, dopo una sconfitta così pesante prima di pensare alle nuove alleanze bisogna capire come costruire il partito, come fare opposizione. A Montecatini invece hanno giustificato tutto con il fatto che non abbiamo sfondato al centro e quindi ora cerchiamo un altro partito cui assegnare il compito di intercettare i moderati. Così paradossalmente proprio loro condannano il Pd a fare la sinistra».

Quindi quando si tornerà al voto si può replicare la formula seguita pochi mesi fa?
«Davanti a noi ci sono cinque anni. Io, alle ultime elezioni, mi sarei impegnata a ricostruire un quadro di centrosinistra. Non è stato possibile. Tutte le nostre scelte sono state dettate da una forte accelerazione. Accelerazione sul Pd, sul segretario, sul voto, sulla vocazione maggioritaria. Prima di parlare del nuovo quadro di alleanze, sperimentiamo insieme l’opposizione e vediamo quali proposte politiche siamo in grado di costruire alle prossime amministrative. E poi con l’Udc ci sono un bel po’ di cose da chiarire».

Tipo?
«Casini è alleato con il centrodestra a livello locale. Rutelli si ricordi che a Roma ha perso anche perché la base Udc ha festeggiato con Alemanno e con quelli che facevano il saluto fascista. Poi, certo, anche a me la piazza di Di Pietro non è piaciuta. Ma nemmeno l’astensione dell’Udc sul Lodo Alfano. E sul decreto sicurezza che faranno? Qualcuno si vuole astenere? Con Cuffaro in Sicilia come si comporta? Mi fa piacere che Casini la pensi come noi sulle impronte dei bambini rom, ma non dimentico che qualche anno fa voleva sparare sugli scafisti. E non posso accettare che dica: "non mi siedo al tavolo con il Pd se c’è Di Pietro e Rifondazione". Non facciamoci dettare la linea da lui».

Quindi esclude un’intesa con i centristi?
«Assolutamente no. Ma i nostri interlocutori prioritari stanno nel campo del centrosinistra. Non escludo la possibilità di ricucire con la sinistra radicale. Non ci possiamo permettere di sospendere il confronto con Di Pietro. Mi preoccupa più la svolta autoritaria in atto che i toni di Piazza Navona. E poi c’è un altro problema».

Ossia?
«Non vorrei che Rutelli, più che pensare al futuro del Pd, si preoccupasse di precostituirsi una sua via d’uscita».

Cioè?
«L’idea che, se non nasce il Pd che vuole, si possa costruire un altro progetto politico. Legittimo, figuriamoci. Ma non è invece legittimo rinunciare a costruire il Pd come partito plurale di centrosinistra che si rivolge a tutto l’elettorato».

Lei parla di una scissione?
«Io penso che noi siamo fatti per stare insieme, ma nessun partito sopporta posizioni tanto divaricate come rischiano di esserci nel Pd. Adesso stanno venendo al pettine le ambiguità delle primarie».

Chi altri ipotizza un Pd spostato a sinistra che si allea con il centro?
«Quelli che pensano al modello tedesco».

Ce l’ha con D’Alema e con il convegno organizzato oggi da ItalianiEuropei e altre fondazioni?
«Non ce l’ho con D’Alema. Ma chi prefigura il modello tedesco insieme a Udc e Prc sicuramente espropria gli elettori del potere di scegliere le coalizioni. Il Pd è nato per qualificare il bipolarismo e non per inquinarlo».

A questo punto non conviene convocare subito il congresso?
«C’è già il congresso tematico. Si sceglierà lì la linea politica e si andrà avanti. Ne frattempo cerchiamo di ristabilire un dialogo più profondo con il Paese. E concentriamoci sui problemi delle famiglie».

Il sito degli ulivisti, a lei una volta vicini, la attacca con decisione.
«Prendono le distanze. Ma a loro ricordo che in politica, oltre che aumentare il numero di coloro dai quali siamo distanti, bisogna pure indicare a chi si è prossimi. Altrimenti la sorte è segnata: l’isolamento».

14 Luglio 2008

di Claudio Tito - da LA REPUBBLICA

martedì 1 luglio 2008

Rilanciare le speranze


Per quanto mi riguarda...... la speranza è...... "l'ultima a morire"....... non ci si può permettere di mollare......mai!
Ma, ahimè ! Ha ragione De Rita......"bisogna rilanciare le speranze" e non strumentalmente soffocarle. Un popolo senza speranze, vuoto, piatto, senza desideri, arreso alla realtà, demotivato, è soggetto alla manipolazione, è di facile gestione. Certi tipi di governo, hanno provocato e preferiscono tutt' oggi avere "un popolo non popolo", per imporre al meglio il loro potere.
Appello a tutti coloro che credono che ancora "si può fare!" Contrastiamo chi vuole spegnere la luce della speranza !
Silvia

Più paure che speranze, questo è il nodo di psicologia collettiva cui si va impiccando la nostra attuale società, sempre più pervasa da paure, inquietudini, preoccupazioni, ansie di ogni tipo; mentre le speranze sono poche, e la speranza (al singolare, cioè da tutti condivisa) resta una non praticata virtù teologale, estranea e lontana.
Governare una società di tal fatta è impegno di maledetta difficoltà e pericolosa ambiguità. La gente si ingabbia nelle sue singole paure ed esprime delle emotive pretese di pronta e specifica risposta ad ognuna di esse: per la paura di aggressioni, scippi e rapine chiede più forze dell'ordine ed addirittura l'esercito; per le paure destate dagli immigrati, chiede controlli, espulsioni, galera; per l'ansia del precariato dei figli, chiede pubblico consolidamento dei rapporti di lavoro; per la paura di non aver casa e/o non poter pagare le rate del mutuo vuole un deciso intervento statale di social housing; per la paura della vecchiaia e del connesso declino psicofisico, chiede una politica di long-term-care; per l'ansia delle morti sulle strade chiede una forte repressione istituzionale contro droghe ed alcol; per l'inquietudine creata dai rifiuti non raccolti e non trattati pretende commissari straordinari, poliziotti ed esercito. E via via, senza allungar troppo l'elenco, si arriva a paure e domande più sofisticate: per paura della globalizzazione si esprime voglia di protezionismo; e per la paura dell'egoismo dei localismi si ritorna alla fiducia nello Stato centrale.

Questo proliferante flusso di paure e di correlati interventi pubblici non è per ora bilanciato da un po' di speranza collettiva, o almeno di egoistiche speranze individuali; e neppure da una interpretazione di sintesi di quel che si vuole e quel che si fa. Il motto prevalente sembra il banale «io speriamo che me la cavo » degli impauriti studenti della maturità, motto del tutto regressivo in termini di impegni orientati al nuovo e al futuro.
Dalle tante paure nascono allora altrettante domande di pura rassicurazione che facilmente, specialmente in periodi elettorali, si declinano al singolare; diventando «domanda di sicurezza », termine magico, in nome del quale si coltiva, si ottiene, si sfrutta il consenso. Ma siccome le pretese di sicurezza sono molteplici, finiscono per essere molteplici e senza grande ordine le dirette risposte; con una galleria di annunci e provvidenze che non fa una politica, mentre la loro somma non fa una risposta socialmente convincente, anzi talvolta induce ad una ulteriore sensazione di paura e di insicurezza.
Ci vuole allora una cultura istituzionale complessa unificando le varie azioni in un'unica prospettiva politica: quella della «politica della sicurezza» sarebbe stata buona se non fosse stata usata troppo e in modo sconnesso rispetto alle nostre intime esigenze di coesione sociale e di qualità della vita. Lì intorno bisogna comunque restare, ma forse la vera novità di risposta sarebbe quella di rilanciare le speranze, anche se solo al plurale.

Fonte: Corriere della Sera
di: Giuseppe de Rita

" Il primo compito del Partito Democratico deve essere quello di restituire credibilità alla politica". Rosy Bindi