martedì 27 gennaio 2009

Rosy Bindi e il PD - Intervista -

Rosy Bindi, da tempo non si esprime sul Pd. Anche lei crede che sia in pericolo?
«Vedo sensibilità molto diverse su questioni fondamentali. Ieri Gaza. Oggi l'accordo sui contratti. Enrico Letta approva e afferma che siamo nel solco del governo Prodi. Sbaglia: noi l'accordo non lo siglammo, mai l'avremmo fatto senza la Cgil, e poi non eravamo in un periodo di crisi drammatica. Veltroni dice che l'accordo va bene ma la Cgil andava ascoltata. Sbaglia anche lui: in questi casi il metodo è il merito. Io sto con Ciampi: dividere i lavoratori in una fase come questa è imperdonabile, e il Pd deve denunciarlo, con una voce sola».
Obiettivo remoto.
«In campo ci sono due strategie. Coloro che considerano il Pd come il compimento dell'Ulivo: un partito plurale, che però sa trovare una sintesi. E coloro che concepiscono il Pd come un partito di sinistra, che ha metabolizzato qualche cattolico democratico ... tipo la Bindi, che va benissimo perché è più a sinistra di qualcun altro; con pochi che vanno verso Casini, e tanti che vanno verso Vendola. Non a caso da una parte si vagheggiano nuovi partiti di centro, dall'altra Rina Gagliardi propone di fare un bel partito di sinistra con D'Alema».
E lei, Rosy Bindi?
«Io continuo a credere nel progetto del Pd: l'inadeguatezza di una classe dirigente non deve cancellarlo. Di solito mi chiedono di parlare di Moro e Berlinguer; l'altro giorno invece mi hanno invitato a un convegno sul primo centrosinistra, e ho dovuto prepararmi su Moro e Nenni. E ho avuto la conferma che, ogni qualvolta si è tentato di unire i riformismi italiani, il progetto ha sempre avuto dei nemici. Anche il progetto del Pd ha molti nemici, esterni e forse non solo. Per questo lo dobbiamo difendere».
Veltroni lo sta facendo in modo adeguato?
«Penso tuttora che Veltroni sia l'interprete più autentico del progetto originario. Però la sintesi è compito suo. E la sintesi non si fa con il "ma anche", né imponendo una posizione egemonica su un'altra».
L'egemonia pare quella degli ex diessini.
«Ma io non accetto che, non riuscendo a far valere le proprie idee dentro il proprio partito, si debba cercare altrove la forza che non si ha. In ventiquattr'ore abbiamo scelto di mettere fine all'Unione; ora sarebbe sbagliato scegliere in ventiquattr'ore di ricreare l'unità a sinistra, come dicono alcuni ex diessini, o di allearci con l'Udc, come sostengono Letta e Rutelli. Non ha senso affidare il moderatismo all'accordo con altri: alla Cisl che sigla la riforma dei contratti, all'Udc che a Trento si allea con noi (per poi schierarsi con Berlusconi in Abruzzo e in Sardegna). Così come è sbagliato affidare i valori cristiani alle intemperanze dei teodem. Se i cattolici hanno bisogno di Buttiglione per contare nel Pd, significa che hanno fallito».
Parisi e i prodiani hanno assunto una posizione molto polemica verso il Pd.
«Innanzitutto, nessuno è più prodiano di un altro. Prodi è Prodi. Non è ammutolito, scrive editoriali importanti sull'economia; nessuno può parlare a nome suo. Per me è di Prodi solo quel che firma Prodi».
Quanto a Parisi?
«La nostra idea del Pd resta la stessa. Ma il suo atteggiamento non è produttivo. Limitandosi alla polemica e chiamandosi fuori dai momenti decisionali nella vita del partito, si preclude la possibilità di incidere».
Di Pietro vi sta portando via i voti degli antiberlusconiani duri e puri.
«A Di Pietro un po' di umiltà non farebbe male. L'alleanza con lui è stata stretta dagli stessi che teorizzavano la vocazione maggioritaria. Ora stiamo attenti sia a non diventare subalterni a Di Pietro, sia a non trasformarci in una brutta copia della destra. Ad esempio sarebbe un grave errore farci trascinare a un accordo per vietare le intercettazioni, ascoltando Berlusconi che parla del "più grande scandalo" della Seconda Repubblica. Non vorrei diventasse il più grande mistero: un uomo che controlla 350 mila persone non è un semplice consulente di De Magistris».
I teodem non sono alleati ma fondatori del Pd.
«Un partito riformista non si divide in clericali e ribelli. Sa dialogare tutto insieme con la Chiesa, come hanno saputo fare Sturzo, De Gasperi, Moro, Bachelet».
Marini pare molto insoddisfatto degli allievi che ha messo ai vertici del partito, Franceschini e Fioroni.
«Non è la prima volta che Marini non è contento delle persone su cui ha investito. Si è fidato di Martinazzoli, di Buttiglione, di D'Alema, di Rutelli, e ogni volta si è ricreduto. Se non altro sa cambiare idea...».
Da cattolica e da ex ministro della Sanità, cosa pensa del caso Eluana e dell'intervento della Bresso?
«C'è una sentenza. Va applicata, nel modo più discreto possibile: le strutture sanitarie in Italia sono in grado di farlo. Per questo la Bresso ha sbagliato a dirlo. Ma l'intromissione del governo è inaccettabile: il dovere della politica è semmai fare una legge che regoli il testamento biologico senza introdurre l'eutanasia. E paradossale che il Pd si laceri nelle proprie divisioni anziché rilanciare il progetto e dare un contributo al Paese proprio nel momento in cui Berlusconi conferma la sua inadeguatezza».
(26 gennaio 2009) - fonte: Corriere della Sera - Aldo Cazzullo

VIOLENZA DONNE: DA PD APPELLO PER PROMUOVERE CULTURA RISPETTO

(ASCA) - Roma, 27 gen - Il Pd ha lanciato un appello per promuovere la cultura del rispetto per contrastare il dilagare della violenza contro le donne. Tra i firmatari dell'appello il ministro ombra delle Pari opportunita', Vittoria Franco, il presidetne dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, il senatore a vita Rita Levi Montalcini, Marina Sereni, Rosy Bindi, Margherita Hack, Dacia Maraini, Giovanna Melandri, Livia Turco e il segretario Walter Veltroni, oltre a parlamentari e personalita' del mondo della cultura.

Nell'appello si chiede che ''il ministro dell'interno Maroni venga al piu' presto in Parlamento a riferire sulla grave emergenza della violenza contro le donne e sulle misure, anche finanziarie, che il governo deve mettere in campo al piu' presto per contrastare il fenomeno e rendere le citta' piu' sicure per le donne''. Si chiede poi che ''il Parlamento prenda al piu' presto in esame le proposte del Pd contro la violenza sulle donne, a sostegno dei centri antiviolenza'', che ''la legge sullo stalking venga approvata al piu' presto'', che il governo ''metta in campo una campagna antiviolenza la quale informi le donne sulle strutture e i servizi di prevenzione e contrasto e preveda corsi di educazione al rispetto della differenza femminile nelle scuole, per promuovere il rispetto della dignita' e dei diritti delle donne'' e che si facciano ''politiche efficaci di integrazione delle persone immigrate''.

Il Partito Democratico nelle prossime settimane lancera' una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale per contribuire alla prevenzione e a una cultura del rispetto del corpo femminile.

martedì 20 gennaio 2009

Donne imprenditrici: il boom contro la crisi

Donne imprenditrici: il boom contro la crisi
In un anno cinquemila aziende in più

Creativa risposta alla crisi? Scommessa vincente? Forse. Di fatto, le donne che si lanciano nella sfida dell' imprenditoria sono sempre di più, nonostante leggi carenti o bloccate, reti di sostegno inadeguate, banche poco disponibili, mutui senza agevolazioni... L' anagrafe delle imprese in rosa negli ultimi dodici mesi ha un sorprendente segno positivo all' interno di un frenetico turn over: sono 5.523 le imprese che tra giugno 2007 e giugno 2008 si aggiungono all' universo dell' imprenditoria femminile, raggiungendo un numero complessivo di 1.243.824 aziende attive. Un aumento certo non vistoso (+0,45 per cento) che tuttavia spicca se paragonato all' immobilità del tessuto imprenditoriale del Paese; in altre parole grazie alle donne il saldo segna zero, senza di loro sarebbe stato negativo. Sono le conclusioni cui giunge l' Osservatorio dell' Imprenditoria femminile, un' indagine semestrale di Unioncamere sulla base dei dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio. In forte trasformazione la formula giuridica scelta dalle neo imprenditrici (gettonate le società di capitale, di persone, cooperative e consorzi, con un aumento complessivo di 13.831 unità) accanto alla diminuzione delle imprese individuali (meno 8.308), soluzione che resta comunque di gran lunga la più diffusa, con 861.932 ditte attive in Italia. Cambia anche il profilo settoriale: si riduce il numero delle aziende nell' agricoltura e nel commercio (circa 8 mila in meno) mentre sempre più dinamico si rivela il settore dei servizi alle imprese, ovvero attività immobiliari, noleggio, ricerca, informatica (6.132 in più), oltre ai mercati relativamente inediti per le donne delle costruzioni e dei trasporti. Aumenta poi il numero delle «capitane» impegnate nelle tradizionali attività della ristorazione e dei servizi alla persona (benessere e cura, sport e spettacoli), il raggruppamento più «femminile», con quasi un' impresa ogni due amministrata da una donna. Esemplare, in questo senso, l' esperienza di Cristina Dotti che nel gennaio 2008 ha aperto a Robecco sul Naviglio, vicino a Milano, l' asilo nido «Dado». «Portavo mia figlia più piccola in una struttura del Pianeta bambini e vedevo la professionalità e la cura delle donne che lo gestivano (hanno 15 nidi in Lombardia, tutti al femminile meno uno). Così ho iniziato a far loro da ufficio stampa, poi abbiamo colto al volo l' occasione di un concorso comunale per dare in affidamento una struttura a Robecco, ed eccomi qua». Una bella sfida per una mamma di tre figli («dopo aver aperto il nido sono rimasta single e con un' azienda da inventare»), partita con 7 piccoli utenti, che oggi sono diventati 26. «Il mio break even sarebbe 35 - spiega -, quando poi arriverò a 48 mi permetterò due giorni di vacanza». La cosa più complicata? «L' organizzazione familiare, hai sempre l' impressione di togliere qualcosa ai tuoi figli, ma proprio perché sono piccoli non riuscivo a ricollocarmi in un' azienda, finivo per pagare in baby sitter tutto quello che guadagnavo». Essere imprenditrice ha significato flessibilità e libertà. «Non lavoro certo meno ma in orari più adatti a me». Un altro dato eclatante nella mappa delle neo imprenditrici è la fortissima vitalità delle immigrate con il 71 per cento delle nuove ditte (ben 3.921) guidate da una donna extracomunitaria (cinesi al primo posto, seguite da marocchine e nigeriane, con ucraine ed albanesi fra le più dinamiche). Nella graduatoria regionale vince invece il Lazio, dove si concentra il 46,6 per cento delle «neonate», seguito da Lombardia e Campania (rispettivamente con 1.739 e 1.038 imprese in più). E proprio in Lombardia, sta per nascere Imprendium, un portale web rivolto a 68 mila imprese femminili di Milano e Provincia. «Aiutare le imprese femminili a mettersi in rete, ovvero ad attivare partnership, ideare progetti comuni, partecipare a gare nazionali e internazionali - dice il presidente della Camera di Commercio milanese, Carlo Sangalli - significa contribuire a valorizzare una realtà che ha un grande potenziale di crescita, creatività e innovazione». E il Sud? Resta, per ora, escluso dal trend positivo (il numero delle imprese femminili si riduce infatti di 1.142 unità). Controcorrente, forse grazie a un' incredibile «ostinazione» la storia di Alessia Bauleo e delle sue due socie, tutte e tre biologhe ex precarie, che festeggiano a Cosenza i 10 anni di «Biogenet», laboratorio di diagnostica e genetica. «Grazie alla legge 215/92 abbiamo ottenuto i finanziamenti per lo start up e un mutuo agevolato, poi ce le siamo dovute cavare da sole. E nel 2004 è arrivato come una mannaia il blocco della possibilità di accreditarsi con il Sistema sanitario nazionale, che ci ha fatto perdere moltissimi clienti perché le nostre indagini sono davvero costose, ma abbiamo fatto causa alla Regione e un mese fa la Corte Costituzionale ci ha dato ragione! Ora speriamo in una svolta». Chi ce la fa e chi chiude, perché il ciclo vita-morte è spesso rapidissimo, soprattutto per le ditte individuali come il minuscolo laboratorio artistico di découpage e stencil «Lazzi e spilli», aperto ad Avigliano, nel Potentino, da Ines Martinelli. «Ho resistito 3 anni, e con un sacco di soddisfazioni, ma ora ho detto basta, troppo duro barcamenarsi tra la concorrenza estera e l' assenza quasi totale di turismo. Per fortuna mi sono riciclata come geometra». In effetti «non è tutto oro quel che luccica», come sottolinea Daniela Eronia, da un mese presidente del Comitato per l' Imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Foggia. Alla guida di CIA' T (Centro Indipendente di AnimazioneEconomica Territoriale), srl di consulenza per attrazione di investimenti, la Eronia osserva: «In provincia di Foggia esistono 18.500 imprese femminili, ma le ditte individuali sono la stragrande maggioranza, mentre ben poche sono le donne a capo di società di capitale, o tanto meno nei consigli di amministrazione. E quante sono semplici partite Iva aperte in sostituzione di un rapporto di lavoro che manca?». Con una figlia 26enne e un lavoro senza orari, trova gli ostacoli maggiori nella burocrazia, nell' assenza di servizi di supporto e, non ultimo, nel blocco della legge 215. Mette in guardia dalle improvvisazioni anche Idanna Matteotti, che presiede la cooperativa milanese di servizi culturali ed educativi «Giostra» (60 soci e un fatturato annuo di circa 1 milione di euro). «Non basta dire: ma sì mettiamoci insieme, bisogna reggere la sfida del mercato. Il turn over è alto anche nelle cooperative spesso molto piccole, e la situazione si aggrava nel rapporto con i Comuni, oggi al collasso. Resta eclatante il dato delle extracomunitarie che spesso adottano proprio la formula cooperativa, gradita per la sua flessibilità su orari, modi, spazi». È appena stata pubblicata la nuova graduatoria dei progetti approvati in base alle legge 125/91 che fra gli obiettivi ha proprio quello del consolidamento delle imprese femminili. «Sono azioni positive molto importanti in questo momento - prosegue Idanna Matteotti, componente del Comitato Nazionale di Parità che ha valutato le proposte - come sono stati essenziali i primi interventi a favore del credito bancario, ma occorre incidere sulle regole, sul cuore del sistema, pari rappresentanza, accesso anche privilegiato in via temporanea». Giovanna Pezzuoli

Pezzuoli Giovanna

dal Corriere della Sera

La grande beffa della social card


La grande beffa della social card, una su tre è senza soldi
di Antonello Caporale - da La Repubblica


Si dice: morire di vergogna. "Avevo il Dixan in mano, anche una confezione di orzo e una scatola di tonno ma mi è venuto un presentimento: vuoi vedere che non funziona? Allora ho preso la tessera e ho chiesto alla commessa di digitare i numeri, io non vedo bene. Non era stata caricata. Avevo i soldi stretti nell'altra mano, già tutti contati, e glieli ho dati e così è finita. Non l'ho più usata". Maria Pia, 67 anni, è fuggita via dal supermercato di Viareggio rossa in viso, e meno male che non c'era nessuno in fila. Comunque in quel supermercato non ci tornerà più.

La tessera di Tremonti è di un bel azzurro sereno. Come il cielo di Forza Italia, quello di una volta. Un tricolore ondulato la attraversa da sinistra a destra e sembra la scia delle mitiche frecce. "E' anonima naturalmente per non creare imbarazzo", commentò Silvio Berlusconi il giorno dell'inaugurazione della campagna dei 40 euro mensili ai bisognosi d'Italia.

Anonima. Infatti ieri, supermercato Sma di Roma, commessa indaffarata alla cassa, signore anziano in fila: "Ha per caso la social card?". Il no è asciutto e risentito. "Scusi, ma era per capire come pagava". Lusy Montemarian non ha pagato, anzi è scoppiata in un pianto dirotto quando le hanno comunicato, come fa il medico alla famiglia del congiunto morente, che non ce l'aveva fatta. Un pianto raccolto da una microtelecamera di "Mi manda Raitre" e unito ad altri pietosi casi. Un mattone sull'altro, e un altro ancora. Alla fine si edifica questo incredibile muro della vergogna che attraversa la penisola e la trafigge senza colpa.

La Social Card, il circuito Mastercard. Protagonisti di una favola. Una strisciata e via. La pensionata indigente che alla cassa del panificio, come la donna chic di via Condotti, apre il borsello, non tocca i soldi sporchi, ma sfila la carta di credito. Un secondo magnetico. Se la carta è piena. Se è vuota - e lo sono un terzo delle circa 500 mila distribuite - la pensionata deve restituire il pane e ritirare l'umiliazione pubblica.

Era il 19 giugno, era estate, e il ministro Giulio Tremonti annunciava una vecchia novità: la carta di credito per i poveri. Vecchia perché l'aveva pensata Vincenzo Visco, nell'arcaico '97: sconti sulla spesa, sugli affitti, sui beni di prima necessità. Vecchia perché l'aveva apprezzata Ermanno Gorrieri, comandate partigiano, fondatore del movimento Cristiano Sociali. Gorrieri è morto nel 2004. Nel 2008 è Tremonti a presenziare e presentare la svolta: una manovrina da 450 milioni di euro, 200 coperti dall'Eni, 50 dall'Enel, altri dalla Robin Tax. Togliere ai ricchi, dare ai poveri: 40 euro al mese, 80 euro accreditati ogni due mesi. Per un anno intero. Quattro mesi di annunci, di serrata organizzazione. Pronti. Si parte il primo dicembre. Attenzione: chi conserva 15 mila euro, in banca o alla posta, pensionato o disoccupato, non ha diritto alla carta di credito dello Stato.

Sono in 520 mila a dicembre a chiedere la social card, pensionati con reddito dai 6 mila euro agli 8 mila, coppie di anziani, famiglie con figli a carico, non oltre i tre anni però. Con una sola casa di proprietà, un'automobile e un'utenza elettrica attiva. In fila, per ore, davanti ai 9 mila uffici postali. Perché chi completava le pratiche entro il 31 dicembre, aveva diritto a 120 euro (ottobre, novembre e appunto dicembre) di partenza. Una corsa verso il nulla. Perché il 30 dicembre, con ottimismo natalizio, l'Inps - che doveva accertare il reddito - dichiarava di aver ricaricato 330 mila tessere. Le altre erano vuote.

Migliaia di italiani si sono ritrovati in mano una patacca. Una carta azzurra, di plastica, con il retro magnetico, il numero, il logo giallo e rosso della Mastercard. Belle, eccome. E di valore: si stima costi almeno 50 centesimi l'una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime. Una lotteria per il mezzo milione di italiani che, soltanto alla cassa e davanti al commesso, saprà se la sua carta annonaria è buona oppure è uno scherzo del destino, se può permettere di fare la spese oppure di annunciare la propria povertà a tutti.

Duecentomila tessere vagano scoperte di tasca in tasca, sospese o respinte. Duecentomila italiani, forse di più, le possiedono senza poterle utilizzare. Alcuni (pochi) lo sanno. Altri, molti altri, che non sanno, vanno incontro alla sciagura. Ci vuole del metodo per ideare una così lunga e inutile fatica. Prima fila: farsi certificare la povertà, la disgrazia assoluta. Seimila euro all'anno. In fila, naturalmente per vedersi attestata dal patronato la sospirata povertà. Poi l'Inps, le Poste, sempre in fila, sempre allo stesso modo. Infine, coraggio, andare al supermercato ed esibirla questa maledetta povertà. E poi, duecentomila volte finora, vederla svergognata: "La tessera non è carica". Ma ha letto bene?

Per la social card un poveretto di Catania è ricoverato (coma farmacologico) in ospedale a seguito di furiosa lite, recita un dispaccio dell'Ansa del 3 gennaio scorso, generata "dalla discussione per l'ottenimento della social card". Giovanni Spatola, imbianchino di 47 anni, si è costituito ai carabinieri confessando di aver fracassato il cranio del conoscente con una chiave inglese. Chi dei due doveva ottenere la social card? A Verona boom di ritiri. Il dato, riferisce la direzione delle Poste, è connesso alla presenza nel luogo di molti istituti religiosi. Trecento tra suore e frati si sono presentati all'incasso. Nullatenenti. Perciò potevano. A Castelletto di Brenzone, minuscolo villaggio sul lago di Garda, ne sono state elargite più di cinquanta. Come mai? Lì ha sede l'istituto delle piccole suore della Sacra Famiglia. Amen.

"Disagi e umiliazioni di ogni genere. Accreditategli questi benedetti quaranta euro sulle pensioni, così risparmierete dei soldi anche voi", ha consigliato Pierluigi Bersani ieri alla Camera al ministro dell'Economia. "E' la truffa del secolo, un flop, il più grande bluff tremontiano", dice Franco Laratta, il deputato calabrese del Partito democratico mentre raccoglie le firme per un'interpellanza urgente sulla precoce agonia di questa tesserina azzurrissima, molto patriottica con quel fascio tricolore.

sabato 10 gennaio 2009

comitato cittadino antifascista: APPELLO ALLA CITTA' DI ORVIETO

FERMIAMO IL MASSACRO DEI CIVILI A GAZA.
LETTERA APERTA ALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE, LE ASSOCIAZIONI, LA SOCIETA’ CIVILE

Nessuno può accettare di vivere nello stress di attacchi militari, cosi come nello stesso modo il mondo non può ignorare la sproporzionata risposta dell'esercito militare israeliano che in questi giorni ha seminato morte e distruzione nella Striscia di Gaza; il massacro, la strage di civili, l'embargo, non possono essere giustificati e ignorati, soprattutto se si pensa e si conosce effettivamente quello che in questi anni e' accaduto in quel territorio tra palestinesi e israeliani.

Le responsabilità di uno, le colpe degli altri, stanno facendo pagare alla popolazione civile un prezzo troppo alto. Oltre 600 morti e 3000 feriti in pochi giorni sono il segno di una strage indiscriminata oltre che inutile.

Da sempre questo conflitto si e' presentato violento e irrisolvibile, da sempre le risoluzioni e le convenzioni internazionali sono state calpestate e disattese.

In ogni schifoso conflitto, le regole di aiuti umanitari, possibilità di salvare i feriti, deve essere garantita, tanto più se si tratta di un attacco non convenzionale, dove anche le armi usate sono illegali (fosforo bianco cluster bombs etc..)

Non ci sono tante parole da spendere chi vuole sa o puo' sapere come stanno le cose laggiù, nonostante la cattiva informazione dei nostri media. La verità non trapela perchè sarebbe troppo sporca.

La guerra qui non viene fatta contro Hamas o contro terroristi vari, e' una guerra fatta ai civili per punizione e per infliggere perdite e paura infinita.


La drammaticità della situazione attuale necessita la presa di posizione decisa e chiara da
parte di tutti: amministrazioni locali, realtà associative (laiche e cattoliche), società civile affinché si faccia pressione su Governi nazionali, il nostro in primis, e diplomazia internazionale per porre fine
a questa inutile strage, riaprire i valichi e lasciar passare gli aiuti umanitari, l'assistenza medica...

Facciamo appello alla città di Orvieto, gemellata con Betlemme, alle singole associazioni, a tutti gli orvietani. Nei prossimi giorni ci rivolgeremo alla città con un gazebo informativo per dare un'informazione più reale di quanto sta avvenendo in questi giorni, chiederemo un supporto, anche in termini materiali: la gente di Gaza necessita i tutto.

Fermiamo questo massacro andiamo ad aiutare i civili

LA VITA E' UN DIRITTO INALIEBILE, LO STANNO CALPESTANDO

COMITATO CITTADINO ANTIFASCISTA ORVIETO

giovedì 8 gennaio 2009

Federcasalinghe: +20% decessi per incidenti domestici

- Aumentano del 20 per cento i decessi per incidenti domestici. E ancora: ci sono dieci milioni di abitazioni nelle quali manca la manutenzione agli impianti elettrici, con gravi pericoli per le persone. È l’allarme lanciato da Federcasalinghe, che spiega: “Anche in questo nuovo anno si continua ad assistere a incidenti domestici per il mancato rispetto delle norme di sicurezza nelle abitazioni: la recente fuga di gas a Siena, dove ha perso la vita una ragazza, l'ultimo simile episodio registrato a Bergamo con un ferito grave estratto dalle macerie, per non parlare poi degli incendi nelle abitazioni private originati da impianti elettrici non a norma impongono una seria riflessione, rafforzata anche dai dati di una recente indagine Demoscopea secondo cui nel 48 per cento delle abitazioni, costruite prima del 1990, pari a 10 milioni di unità, non sarebbero state effettuate né la verifica della sicurezza degli impianti elettrici, né la relativa manutenzione, secondo le disposizioni prescritte dalla Legge 46/90. L'indagine ha preso in esame gli impianti preesistenti alla data di entrata in vigore della Legge 46/90 e si è svolta attraverso interviste dirette su un campione rappresentativo del totale delle abitazioni costruite prima del 1990, cioè di circa 19.650.000 unità abitative".

"Dall'indagine - sottolinea Federcasalinghe - emerge una situazione piuttosto sconfortante viste le alte percentuali di inadeguatezza e insicurezza degli impianti rilevate e i risvolti sul grado di incidenza di infortuni di natura elettrica in ambito domestico. La mancata protezione dei contatti elettrici diretti e indiretti e delle sovracorrenti comporta, infatti, gravi rischi, che vanno dalla scossa elettrica con rischio di fulminazione diretta delle persone (in particolare i bambini) al ben più grave surriscaldamento delle condutture elettriche con il conseguente pericolo d'innesco e propagazione degli incendi. Solo in questi primi giorni del 2009 si è verificato un aumento dei decessi e dei feriti gravi dovuti al malfunzionamento dei sistemi di riscaldamento o degli impianti elettrici delle abitazioni che si dimostrano non idonee. Secondo una stima di Federcasalinghe nel 2009 si registra un aumento delle morti legate a questo tipo di incidenti stimato intorno al 20 per cento, in cui nel 70 per cento dei casi sono coinvolti donne e bambini".

"È uno stillicidio - denuncia la presidente di Federcasalinghe, Federica Rossi Gasparrini - non più tollerabile perché le leggi ci sono ma non vengono applicate. In tal senso, la Federcasalinghe ha inviato una lettera al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, affinché si prevedano sostegni economici per le famiglie che non dispongono delle risorse per adeguare gli impianti a norma di legge”.

LA PIAZZA ARABA E LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Questo articolo è uscito su “Repubblica” di Gad Lerner

Nel dolore e nella rabbia per le vittime palestinesi di Gaza, registriamo la novità di una piazza araba che ormai si manifesta su entrambe le sponde del Mediterraneo con forti analogie, unificata dal medesimo abuso strumentale della religione.
In assenza di organizzazioni democratiche e rappresentative degli immigrati, si candidano a leader della loro protesta gli imam di una fratellanza musulmana ideologicamente assai prossima a Hamas; legittimati da una predicazione seminascosta, catacombale, stoltamente favorita da istituzioni pubbliche che disseminano di ostacoli il libero esercizio del culto islamico. Questi portavoce dell’affiliazione per categorie religiose, brutalizzano e deformano le stesse comunità immigrate, sollecitandole a vivere l’Italia come padrona ostile da cui mantenersi separati, anziché rivendicare diritti individuali di cittadinanza.
Ormai costoro sono in grado di egemonizzare le manifestazioni anti-israeliane fino a ieri organizzate dalla sinistra comunista. Così hanno trasformato i cortei in processioni, al grido di “Allah hu akbar” (Dio è grande), inneggiando alla santità della guerra contro l’”empietà sionista” e infine genuflettendosi in preghiera verso la Mecca. L’escalation dalle bandiere israeliane bruciate in piazza fino al tentativo di appiccare il fuoco alle sinagoghe, come già sta accadendo in altri paesi europei, è sequenza già fin troppo prevedibile.
Tocca fare i conti con una cultura reazionaria, separatista, che politicizza la religione come vessillo identitario antioccidentale, strumentalizzando e perciò bestemmiando il nome del Signore. Trent’anni dopo la grandiosa rivoluzione iraniana del 1979 con cui s’impose il cupo regime degli ayatollah –diffondendo nel mondo musulmano la falsa prospettiva dell’islam politico come energia capace di far girare all’indietro la ruota della storia- adesso il fondamentalismo si offre ai nostri vicini di casa immigrati con la pretesa di rappresentare l’unica alternativa alla sottomissione.
E’ davvero ineluttabile questa sconfitta della laicità che taglia fuori dalla protesta contro la guerra le pur numerose voci di buon senso democratico, e calpesta la speranza di un dialogo interconfessionale? No, rassegnarsi al contagio mediorientale del multiculturalismo europeo, sarebbe da irresponsabili.
Tocca in primo luogo alle forze politiche e alle associazioni che si battono per l’integrazione sociale e civile degli immigrati far propria questa sfida culturale. Resa ancor più ardua dalla presenza nel governo di centrodestra di veri e propri sobillatori della contrapposizione. Come dimostra la scelta di replicare all’integralismo con la proibizione di edificare moschee degne e adeguate.
I giovani musulmani protagonisti delle genuflessioni sul sagrato delle cattedrali di Milano e Bologna, sono reduci da un Ramadan di vagabondaggi umilianti fra tecnostrutture e garage, inseguiti dai divieti. La loro rappresentanza non è interamente ascrivibile al clero integralista. Andrebbero valorizzati i ripensamenti di chi abbandona le posizioni radicali del passato in cerca di un dialogo proficuo, come Abdel Hamid Shaari, il direttore del Circolo islamico milanese di viale Jenner, che due anni fa aderì a una manifestazione contro la politica antisemita dell’Iran promossa dalla Comunità ebraica. Ma che continua a essere maltrattato come un sovversivo. Poco più di un mese fa, invitato alle celebrazioni del ventennale della moschea di Segrate, ho potuto rivendicarvi il mio legame con Israele nella piena consapevolezza degli organizzatori. Gli spazi per far crescere nell’islam di casa nostra una visione alternativa al fondamentalismo e all’antisemitismo ci sarebbero, se superassimo la non politica delle porte sbattute in faccia.
L’andare oltre le appartenenze irreggimentate è l’unico metodo per contrastare i parassiti dell’esasperazione e i propalatori dell’odio etnico e religioso. Ma per riuscirci non possiamo far finta di non vedere.
Guai a minimizzare il veleno della piazza araba, portando magari a giustificazione l’enormità dell’ingiustizia subita dalla popolazione di Gaza. La solidarietà con chi soffre, la condanna di una guerra sbagliata, il sacrosanto diritto alla protesta e al dissenso, non possono farci tollerare l’imbarbarimento del conflitto che si estende alla nostra sponda europea.
Ci vuole coraggio, oggi, per un musulmano italiano, a denunciare la vergogna antisemita e l’oscurantismo fondamentalista di Hamas. Col rischio di passare per traditore di un popolo che soffre. Ma il futuro potrà nutrirsi di speranza solo grazie a simili figure, capaci di distaccarsi da retrograde appartenenze pseudo-religiose. Mi auguro che la democrazia italiana sappia valorizzare gli “irregolari” degli schieramenti contrapposti, se non vuole uscire da questa guerra ancor più lacerata.
Chi oggi brucia la bandiera sionista di certo ignora che quel simbolo, il cosiddetto “scudo di Davide”, è in realtà “un germoglio straniero nella vigna d’Israele”. Non si tratta, infatti, di un simbolo ebraico ma di una contaminazione postuma dovuta all’incontro tra le diverse civiltà. Nel commentare tale stranezza simbolica, Gershom Scholem cita un versetto della Scrittura: “Si mescolarono alle nazioni e appresero le loro opere”. L’esatto contrario di quel che vogliono infliggerci i fanatici profanatori della fede.

fonte:www.gadlerner.it
" Il primo compito del Partito Democratico deve essere quello di restituire credibilità alla politica". Rosy Bindi